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Quinto Stato

Il complicato rapporto tra Cgil, freelance e precari

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I rapporti storicamente difficili tra la Cgil e il lavoro autonomo o precario. Il problema è innanzitutto culturale: il lavoro indipendente non è (solo) quello parasubordinato e non è composto da evasori fiscali. Come includere chi non rientra in un contratto nazionale né in un ordine professionale? Milioni di persone restano senza voce. Ma qualcosa si muove a Corso Italia

(Repost La furia dei cervelli)

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In un’analisi della Cgil i lavoratori che svolgono attività autonome senza dipendenti, esclusi i parasubordinati e le imprese, sono 3.369.000. A queste partite Iva individuali vanno aggiunti 962.428 parasubordinati esclusivi (coloro cioè che non hanno altre attività e non sono in pensione) e 21.101 lavoratori con redditi esclusivi da cessione di diritti d’autore. Parliamo di oltre 4 milioni di  persone. Per loro il bilancio dei primi mesi del governo Renzi è magro: niente bonus 80 euro, come i pensionati e i precari; niente ammortizzatori sociali che l’esecutivo dice di volere estendere nel Jobs Act, mentre i contributi per 1 milione e 800 mila freelance e parasubordinati iscritti alla gestione separata Inps rischiano di crescere dal 27,72% al 29,72% nel 2015, fino al 33,72% nel 2019.

Nella legge di stabilità il governo sostiene di avere stanziato per le partite Iva 800 milioni di euro insieme alla riforma del regime fiscale dei minimi contributivi. Tutto a posto, allora? Non proprio. Perché gli autonomi sono stati divisi in due classi economiche: i professionisti che guadagnano fino a 15 mila euro e i commercianti con oltre 40 mila. I secondi  avranno vantaggi fiscali, mentre i primi si vedranno triplicare le tasse. Con queste nuove regole, un giovane architetto di 28 anni con 10.500 euro di compensi annui  pagherebbe 1.460 euro, 240 euro in più degli attuali. Considerato che agli under 35 si deve quasi la metà delle nuove partite Iva, il governo sta per colpire i  giovani autonomi più deboli sul mercato. Sempre che poi gli annunci diventino realtà. “Stando alle bozze in circolazione è una presa in giro, tanto varrebbe lasciare il vecchio regime fiscale – afferma Anna Soru, presidente di Acta, l’associazione che da anni è impegnatiper i diritti del lavoro indipendente – Ci sono lobbies che hanno ottenuto più di noi, questa non è una novità”.

Il momento per il lavoro indipendente non arriva mai. Quando è il momento di riconoscere  qualcosa a questi apolidi contemporanei, arrivano le batoste. “Il futuro per noi è complicato – continua Soru che con Acta ha lanciato un “socialbombing” su twitter per chiedere al governo di bloccare l’aumento dei contributi –  Io capisco l’attenzione che anche questo governo rivolge al lavoro dipendente, ma si pensa davvero che tutto il lavoro possa essere ricondotto al lavoro dipendente, che tutti i disoccupati potranno diventare dipendenti? Se lo pensano sono fuori dal mondo. Se non lo pensano, allora non si comprende la totale assenza di misure di supporto mentre arrivano batoste una dopo l’altra. C’è la miopia nel governo come nel sindacato, non mi ritrovo nelle posizioni dell’uno e dell’altro”.

Quello con il sindacato e il lavoro indipendente è sempre stato un rapporto complicato. Innanzitutto dal punto di vista culturale. A sinistra gli autonomi sono stati incastrati in una tenaglia: sono evasori fiscali oppure “false partite Iva”, cioè autonomi che svolgono attività dipendenti mascherate. Questo approccio riduzionistico non rispecchia la realtà del quinto stato e viene contestato dagli autonomi che hanno iniziato ad auto-organizzarsi nell’ultimo decennio. “Noi usciamo dai loro paradigmi, lo sketch di Crozza è esemplare di questa situazione  – continua Soru – Quando si era parlato degli 80 euro la prima a dire che bisognava darli ai dipendenti è stata Camusso. Ognuno fa l’interesse del target di riferimento.  Per la Cgil pensionati e dipendenti sono più rilevanti di noi”.

Qualcosa tuttavia si muove a Corso Italia. Nel 2013 la consulta Cgil delle professioni si è schierata contro la riforma Fornero che aumenta i contributi previdenziali alle partite Iva. Il 16 ottobre scorso il sindacato delle telecomunicazioni Slc-Cgil ha siglato un importante accordo sul rinnovo del contratto dei grafici ed editoriali. Si tratta al momento di un “contratto ponte” che garantisce agli autonomi e “atipici” (250 mila persone tra traduttori, doppiatori, attori, cameramen ecc) la garanzia dell’assistenza sanitaria integrativa e il compenso minimo. Proprio come i dipendenti e i parasubordinati.

Un ruolo importante in questa negoziazione l’hanno svolto la Rete dei Redattori Precari (Rerepre), l’associazione italiana dei traduttori (Aiti) e il sindacato traduttori Strade, associato Slc-Cgil, una delle più avanzate esperienze di auto-organizzazione nel lavoro editoriale e, in generale, del quinto stato in Italia. “Se si auto-organizzano e diventano soggetto, i lavoratori indipendenti possono interloquire con il sindacato. È dalla conoscenza reciproca che si cambiano le cose – afferma la traduttrice Elena Doria – Se culturalmente la Cgil ha sempre rappresentato il lavoro dipendente quando il soggetto indipendente si organizza ha la possibilità di modificare la cultura della Cgil. È un processo lungo. Non vuol dire che ci sposiamo, ma che si inizia un dialogo”.

Così racconta la vicenda la Rete dei redattori precari (Rerepre):

“I primi incontri con i rappresentanti di Slc si rivelarono sconfortanti: la CGIL sembrava totalmente all’oscuro della marea di precari che tenevano e tengono ancora più in piedi l’editoria, quella milanese dei grandi gruppi, ma non solo; sradicata dalla realtà arrancava a capire la vastità e la gravità del problema. Rerepre quindi ha cercato di aprire un vaso di pandora, fatto di mappature, incontri, spiegazioni, denunce, trovandosi però a combattere, purtroppo con un’organizzazione volenterosa ma lenta, che muovendosi con tempi biblici, non riusciva a stare dietro alla velocità dello sfruttamento da parte delle case editrici. Poi l’indagine di Editoria Invisibile, nata anche dal bisogno espresso da Rerepre di avere in mano dati più certi e autorevoli per denunciare la situazione, cui hanno partecipato associazioni “sorelle” come Strade e Aiti, che contemporaneamente collaboravano con CGIL per giungere a molti dei nostri stessi obiettivi. Il primo vero importante “successo” però arriva finalmente oggi, a ben sei anni di distanza”.

Nel frattempo la Cgil ci tiene a rivendicare di avere lavorato da lungo tempo per tutelare i parasubordinati, cioè un segmento di quella nebulosa che di solito viene chiamata precarietà.

“Ci siamo sentiti offesi dalle parole di Renzi che ci ha chiesto dov’eravamo mentre in Italia dilagava la precarietà – afferma il segretario generale Slc-Cgil Massimo Cestaro – Noi è dal pacchetto Treu del 1997 che diciamo che si tratta di un allargamento del vecchio precariato, sostenuto da leggi che hanno sottratto milioni di persone da un quadro di diritti fondamentali”. Slc lavora più che altro sui parasubordinati. Un accordo ha fatto emergere migliaia di lavoratori nel settore postale. Il 4 luglio 2013 ha raggiunto un tribolato accordo con la Rai per la stabilizzazione di circa 3 mila precari, oggi a rischio per i 150 milioni di euro di tagli all’azienda voluti dal governo. Il primo agosto successivo ha siglato un accordo, seppur debole, per regolare il settore dei call center.

Anche la Filcams-Cgil, che si occupa dei lavoratori del terziario e del commercio, si è mossa nella direzione di usare i contratti nazionali come strumenti inclusivi per stabilizzare il precariato o regolamentare il lavoro autonomo. Una conferma è venuta nel 2011 dal rinnovo triennale del contratto dei dipendenti degli studi professionali. Un accordo che vale anche per 400 mila tra praticanti e partite Iva. Recentemente la categoria ha lanciato la campagna #JobArt rivolta a chi lavora nel turismo e nei beni culturali, altro campo di abuso del lavoro autonomo e del precariato. Il tentativo è comporre una rappresentazione pubblica di un mondo sommerso.

Resta tuttavia un problema: come includere nella cittadinanza professioni e attività che non rientrano in un contratto nazionale né in un ordine professionale? Sono milioni di persone che rischiano di restare senza voce.