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losangelista

Il ragazzo e la petroliera

DF-08996

Captain Phillips, l’ultimo film di Paul Greengrass, racconta la storia del dirottamento della Maersk Alabama,  il cargo americano che venne abbordato da un commando di pirati somali nel golfo di Aden nell’aprile 2009. L’equipaggio riusci’ a catturare uno degli assalitori e dopo un negoziato quest’ultimi abbandonarono la  nave in una scialuppa di salvataggio portando pero’ con se il capitano in ostaggio.  La vicenda, rimbalzata sui canali all-news, e in qualche modo rubricata nel conflitto globale USA/medioriente, divenne di alta priorita’ per la neo amministrazione Obama che mando’ tre navi da guerra ad intercettare l’imbarcazione e recuperare il rapito capitano Phillips.  Greengrass che in precedenza ha gia’ puntato la sua cinepresa nervosa e soggettiva su fatti di violenza “storico-politica” come la strage dei para’ inglesi a Derry (Bloody Sunday) e il dirottamento di United 93 l’11 settembre, sceglie qui l’inquadratura stretta sulla cronaca di bordo e sui protagonisti/antagionisti: il capitano dell’Alabama Rich Phillips (Tom Hanks) e il comandante del commando somalo Abduwali Abdukhadir Muse (interpretato da Barhkad Abdi, un tassista trovato nella folta comunita’ di immigrati somali di Minneapolis). Dopo un micro-prologo sulla partenza del capitano dalla piccola provincia del New England e le operazioni di imbarco in Oman, il film prende il largo, come anche un drappello di giovani armati strappati ai loro disperati villaggi somali e imbarcati quasi a forza dai cartelli di sequestri marittimi. La scena dell’attacco di un singolo skiff col fuoribordo ad un Moby Dick da 15000 tonnellate, lungo 150 metri,  con fiancate da 20 metri e’ un tour de force magistralmente girato da Greengrass e il ritmo narrativo non scende di molto da quel punto in poi grazie al  montaggio mozzafiato che contraddistingue il suo stile. Dal ponte del mercantile l’azione si sposta sottocoperta,  nella claustrofobica scialuppa dove si sviluppa lo scontro di civilta’ fra due personaggi agli antipodi di un pianeta separato da un abisso. Il capitano tecnocrate yankee, efficente e pragmatico come i suoi antenati balenieri e il ragazzo col kalashnikov, inchiodato dall’indigenza nella sua bidonville a fissare il mare  dei suoi avi, ormai depredato dai megapescherecci industriali che arrivano da Asia e Occidente, e i cargo che passano a alargo carichi di auto di lusso firgoriferi e  TV color. Perfino Tom Hanks, che non ha mai fatto segreto di una marcata inclinazione patriotico- filoamericana,  ammette che i giovani “pirati” erano adolescenti (fra i 16-19 anni) non troppo diversi da quelli che possono entrare in un negozio di un qualunque ghetto urbano a svaligiare la cassa di un bar per sbarcare il lunario. Muse e i suoi compagni pero’ hanno commesso l’errore di sfidare le forze della Democrazia, e invece degli sbirri si ritrovano alle calcagna portaelicotteri e incrociatori e infine i famigerati cecchini della Seal Team Six che fingendo la trattativa li sparano in testa. Sopravvisse all’incidente poprio Muse, il “leader” che diceva al suo prigioniero di voler andare a New York a comprarsi un taxi coi soldi del riscatto. Lui era stato portato a bordo della USS Bainbridge per “trattare”.  Arrestato venne aerotrasportato in Virginia, imputato di pirateria (primo processo del genere in 100 anni dato che la giurisidizione americana in acque internanzionali non dovrebbe sussistere). Al processo la madre del ragazzo ha dichiarato che il figlio aveva appena 16 anni ma il tribunale ha comunque deciso di processarlo da adulto e condannarlo a 33 anni di reclusione nel penitenziario di Terre Haute, Indiana. La US Navy e la casa bianca ebbero cosi’ il trionfo per la politica di tolleraznza zero e l’inviolabilita’ amricana. Molto meno publicizzato fu per esempio  il caso dello yacht da diporto Quest sequestrato nelle stesse acque nel 2011 con due coppie di turisti americani a bordo. Anche li la US Navy impiego’ lo stesso copione: il veliero sequestrato circondato da navi da guerra, i capi dei rapitori invitati a trattare e poi una sparatoria rimasta avvolta nel “top secret”. Secondo la verisone ufficiale un esecuzione sommaria senza ragione degli ostaggi – ma visti i precedenti e’ ben plausibile un attacco delle forze speciali andato male (come sostengono i Somali), costato la vita ai quattro prigionieri. Oggi la pirateria in acque somale e’ molto diminuita grazie all’atteggiamento piu’ aggressivo delle marine occidentali e l’impiego di guardie armate da parte degli armatori. Una situazione rientrata nella mormalita’, quella dei ragazzi denutriti costretti a guardare dalla spiaggia quei portacontainer al’orizzonte; gli spedizionieri del benessere,  pieni del ben di dio di un mondo che non gli apparterra’ mai.