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Il Quirinale frena Bossi ma attende il peggio

Per andare avanti con il federalismo serve una condivisione che sia ben più ampia di una semplice maggioranza parlamentare. Mentre il Pdl e Berlusconi incendiano i palazzi romani e gridano al colpo di stato dei pm, Bossi e Calderoli salgono al Quirinale per capire se e come procedere con quella che la Lega considera la «madre di tutte le riforme».

Le nubi minacciose della guerra totale inevitabilmente circondano il Colle più alto, che tutto vuole tranne che essere trascinato in un conflitto irreversibile tra le istituzioni. L’allarme è stato lanciato da tempo e non è mai cessato. E la preoccupazione del capo dello stato se possibile aumenta a ogni lancio di agenzia sul Cavaliere. Magra consolazione, l’incontro di Napolitano con i ministri leghisti è stato sereno nonostante sia stato preceduto per tutto il giorno dai tamburi di guerra suonati a palazzo Grazioli e palazzo Chigi.

Il governo ha formalmente ritrasmesso alle camere il decreto sul fisco municipale e Bossi interverrà in aula la prossima settimana. Riprendendo un’idea di Calderoli, Berlusconi ha battuto tutti sul tempo ufficializzando in conferenza stampa che il governo chiederà il voto di fiducia in entrambe le camere. Una scelta che il Colle giudica legittima ma pessima, perché mira a blindare la maggioranza rinunciando a quella larga convergenza con le opposizioni e gli enti locali richiamata non più tardi di una settimana fa dopo il rifiuto del decreto. L’altolà del Colle deve essere arrivato forte e chiaro ai due leghisti. Calderoli sfotte indirettamente l’opposizione affermando che il capo dello stato è «un vero riformista». Mentre Bossi dopo l’incontro tira il freno sulla fiducia cercando di vedere come va il dibattito in parlamento.

Una volta scelto il Cavaliere, la Lega dimostra di andare a vela. Bossi si appiattisce completamente sulle mosse berlusconiane: i pm milanesi «hanno esagerato» e «vogliono lo scontro». Di più: «E’ la guerra totale della magistratura contro la politica». Il leader leghista da un lato abbaia: «Se non passa il federalismo è meglio andare al voto» ma dall’altro assicura che entro marzo «è tutto fatto». Certo, ammette, c’è ancora il problema dei numeri in commissione che non ci sono.

«Ormai è tutto un puttanaio», sintetizza brutalmente un deputato del Pdl. Il campo di battaglia dello scontro finale era e resta la camera. Da quando Berlusconi ha deciso che la «terza gamba» della maggioranza non era più Fini ma i presunti «responsabili» la situazione si è complicata ogni giorno di più. E’ vero che il governo ha superato il muro del 14 dicembre ma poi non ha fatto più niente.

Altro che frustata all’economia. Pdl e Lega non controllano nemmeno commissioni decisive come la Bilancio. L’ultima parola sulla composizione delle commissioni spetta a Fini come presidente della camera ma con questi numeri, la proporzionalità tra i gruppi è rispettata.

Il premier scommette ancora sulla sua campagna acquisti. I 21 peones raccolti da Moffa («è l’uomo dell’anno, chi l’avrebbe mai detto!», commentano gli ex An nel Pdl) sono necessari ma non ancora sufficienti. Per il potere assoluto su Montecitorio mancano 8 deputati. Almeno 5 sono quelli su cui le trattative sono più avanzate. Nomi non se ne fanno ma è evidente che se il finiano (?) Barbareschi si dimettesse arriverebbe Marras, Pdl doc. E poi ci sono 4 onorevoli che ancora non hanno scelto in che gruppo accasarsi: Misiti (ex Mpa), Mannino (ex Udc), Gaglione (ex Pd) e Guzzanti (ex Pdl). La questione non è ancora sciolta. Anche perché i «responsabili» attendono i premi del principe come clientes nell’antica Roma. Ruoli e gradi parlamentari all’interno di questa assurda armata Brancaleone non sono ancora stati decisi. Quasi tutti si aspettano un posto al governo nel prossimo rimpasto promesso dal Cavaliere.

Un governo peraltro che già ora è in uno stato pietoso. Ieri il consiglio dei ministri non è riuscito nemmeno a decidere se il 17 marzo, festa nazionale, si dovrà lavorare e andare a scuola oppure no.

Eppure le voci che si rincorrono tra palazzo Grazioli e le camere parlano di un Cavaliere tentato da un rimpasto vero, fatto per metà di donne azzurre (ma quali, visto che tra di loro non corre buon sangue?) e che valorizzi i «transfughi» che lo hanno salvato dalla sfiducia. Aprire quel puzzle però è un azzardo. La Lega ha già chiesto almeno un posto in più e anche Alemanno ha bussato alla porta del Cavaliere per un suo uomo. In tutto ciò, i responsabili chiedono di essere consultati sulle scelte economiche. Ma Tremonti non dà un euro ai big del Pdl figuriamoci a Mimmo Scilipoti.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 10 febbraio 2011