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Ceci n'est pas un blog

Il potere delle domande

[Questo articolo di Serge Quadruppani è apparso sul sito francese lundimatin e ci siamo permessi di tradurlo perché meritava la lettura]

Poiché le lotte politiche si disputano sul confine tra il dicibile l’indicibile, queste hanno come posta in gioco non solo le scelte all’interno di temi specifici, ma anche e soprattutto la delimitazione del campo consentito (dicibile).
In altre parole, la definizione di ciò che rappresenta un problema, di ciò che è urgente, delle “questioni” centrali che, lo si voglia o no, si impongono a tutti.

“E’ così, per esempio, che la necessità di trovare una soluzione alla questione ebraica ha potuto, nella Francia della prima metà del XX secolo, essere in generale considerata come un problema vitale, anche da coloro che avrebbero preferito risolverla con metodi “umani”, tolleranti e pacifici. Anche in politica, le catastrofi sono sempre possibili”
– Luc Boltanski, Arnaud Desquerre, Vers l’extrême, Editions Dehors, 2014, pp. 58-59

Ciò che regge questo mondo non è, come ancora ripetono certi ingenui militanti, che la gente dovrebbe essere “resa cosciente”. Che il personale dei partiti di governo meriti il disprezzo universale, che un’iperborghesia predatrice devasti il pianeta provocando guerre e catastrofi, che ci sia qualcosa di marcio nel nostro modo di vivere, sono fatti ormai acquisiti da numerose persone, come dimostrano abbondantemente le conversazioni che avvengono in quei luoghi dove i potenti non vanno mai: dai bistrot ai traporti pubblici, senza contare i centri commerciali. Questo mondo si sorregge sull’impotenza come sentimento e come realtà; l’impotenza come semplice sensazione opprimente che non si interroga per superarsi (la solita solfa della natura umana fatalmente malvagia che si dà una miserabile consolazione), indissociabile dall’impotenza come incapacità di agire su ciò che la produce.
Sentimento di impotenza che cresce in proporzione alla falsa potenza che distribuiscono i media sempre più adatti a parlarci di tutto senza mai dirci niente, nello stesso tempo in cui, ogni giorno di più, organizzano i nostri spostamenti, i nostri pensieri le nostre distrazioni ed emozioni. In funzione dell’appartenenza generazionale ci si affiderà di più a internet o alla televisione (in modo minore ai supporti cartacei, che hanno soprattutto l’utilità di alimentare gli altri due), producendo entrambi delle forme specifiche di falsa coscienza, ma alla fine, il pensiero ha tutte le possibilità di restare inquadrato nelle grandi domande del momento.
In quale misura l’Islam è compatibile con i valori della Repubblica laica? Possiamo accogliere tutta la miseria del mondo? Quali nuove misure contro il terrorismo?
Domande che contengono tante trappole quante parole. Declinate a sazietà in versione più soft (un certo Islam) o più hard (come combattere la “grand remplacement”) da tutta l’editocrazia francese, queste domande hanno obnubilato gli animi al punto di creare un clima mortifero tanto nel cuore d’Europa (da Dresda a Calais) quanto nelle sue periferie. Quando la popolazione musulmana non rappresenta che l’8% di quella di una Francia i cui cittadini la valutano al 30%, quando le donne col velo contro le quali si fanno leggi speciali, secondo le indagini più serie, non sono più di 600, nel momento in cui lo stato di emergenza permette alla polizia di intraprendere contro questa stessa popolazione delle operazioni “antiterroristiche “ che non hanno altro risultato che terrorizzarla e stigmatizzarla, sarebbe fondato solamente discutere del ruolo di quello che qui ci si ostinerà a chiamare islamofobia e del suo potenziale omicida. Quando si vede a quale manipolazione hanno dato luogo gli incidenti della notte  di capodanno a Colonia, mi sembra che sarebbe fondato dire, malgrado Daoud e i suoi sostenitori: non esiste una “questione islamica” in Europa.

Lo stesso, quando compare il numero dei rifugiati siriani in Giordania, in Libano e in Turchia, e le cifre ridicole di quelli che vogliono entrare in Europa, sarebbe ben motivato dire “non c’è una crisi dei rifugiati né in Europa né in Francia”. Soltanto delle pratiche statali barbare. Ma le cifre, i dati, le analisi razionali non hanno alcuna forza quando il potere di fare le domande è nelle mani di quelli che hanno tutto l’interesse a distrarre dalla questione centrale della nostra epoca: la crisi della forma lavoro.
Per questo il movimento in corso riveste un’importanza cruciale nel fatto che dà una possibilità di rompere con decenni di addomesticamento degli spiriti, che la recente sequenza attentati-stato di emergenza ha minacciato di condurre a conseguenze gravi per un lungo periodo.

Da un lato, i VIP politico-mediatici, che intonano il mantra, che è ben riuscito loro fino ad oggi, della “difesa dell’occupazione”, della “lotta alla disoccupazione”, in nome della quale si arriverà a costruire una società dove il lavoro sarà al contempo frammentato, spalmato per tutta la vita e trasformato in merce rarissima per la quale bisognerà accettare tutte le umiliazioni e le bassezze pur di averlo.

Dall’altro, i salariati, i disoccupati e tutta una gioventù, stanchi di un ricatto permanente. Il fatto che siano scesi in strada infischiandosene completamente dello stato di emergenza è già di per sé una vittoria contro la politica della paura. E il fatto che il governo non abbia osato invocarla per tentare di schiacciare il movimento mostra che la paura ha già cambiato campo.

L’impotenza di porre domande differenti da quelle dei dominanti non è solo un fenomeno mentale. Essa è inseparabilmente una realtà pratica. Riflettere sulle buone domande che vorremmo porre a questo “mondo”, necessita un passo laterale, per sfuggire ai padroni dei media. Fare manifestazioni di un’importanza che non si osava sognare nel clima attuale, “ridecorare piacevolmente le vetrine”, occupare i licei, fare assemblee generali, non  è che un primo passo per recuperare il potere di fare domande.

[si ringrazia per la traduzione V.]