closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Ceci n'est pas un blog

Il peso della parola con la F

[Il mio amico @vanja mi gira questo contributo che sottoscrivo e pubblico. Buona lettura.]

A partire dalla tentata strage xenofoba di Macerata, sembrava finalmente essersi squarciato il velo di silenzio sull’ispirazione politica delle centinaia di aggressioni, alcune mortali, compiute in Italia nell’ultimo decennio. Con grandissima difficoltà, gli antifascisti e le antifasciste, a ogni coltellata, pestaggio, incendio di sede o spazio sociale, avevano dovuto elaborare e raccontare una verità apparentemente così scomoda: in Italia, a più di 70 anni dalla fine del regime e a quasi 40 dalla chiusura della fase golpista e stragista, le organizzazioni nostalgiche del ventennio erano ancora vive e vegete, alimentate anche dal tabù che nell’opinione pubblica italiana ha vietato di parlare esplicitamente di fascismo anche di fronte alle sue manifestazioni più evidenti. Dal riconoscimento di dignità politica ai collaborazionisti repubblichini alla pornostoriografia di Gianpaolo Pansa sulle vendette partigiane, dall’istituzione del Giorno del ricordo al memoriale di Affile per Rodolfo Graziani, gli esempi sono talmente tanti che non basterebbero queste poche righe ad elencarli.

Ora che la campagna elettorale è entrata nel vivo e di argomenti concreti per rompere la gabbia della precarizzazione e dell’emergenza sociale non se ne vedono nemmeno in cartolina, il dibattito è avvitato intorno al tema dell’identità politica dei candidati del centrodestra postfascista (post?), della bolla mediatica di Casapound, dell’antifascismo (anti?) del PD.

Bene, potremmo dire sulle prime, finalmente si rompe il tabù? Non benissimo, viene da aggiungere: da una parte si schiaccia sulla falsa emergenza dei flussi migratori il dibattito, polarizzando la società italiana su un problema che non esiste, dall’altro, come già detto, si eludono del tutto i temi che dovrebbero essere al centro dell’agenda politica: quale welfare? Come salvaguardare la dignità di tutti di fronte alle epocali trasformazioni produttive? Come ricostruire un patto solidale tra cittadini e non, tra generazioni, tra generi, sulle macerie lasciate dalla crisi del liberismo selvaggio?

Ma quello che più preoccupa, in questa rincorsa alle dichiarazioni di antifascismo da parte di buona parte dell’arco politico, è che non solo suonano posticce e strumentali, ma impongono anche una divisione che le pratiche dal basso di resistenza messe in campo negli ultimi 15 anni avevano già superato nei fatti.

La forza degli e delle antifasciste, lasciati da soli a fronteggiarsi con un clima culturale e politico esasperante, con decine di aggressioni e ben 5 omicidi dal 2003 a oggi motivati dalla militanza o comunque simpatia neofascista degli assassini, è stata quella di tenere sempre insieme un livello pubblico, maggioritario e di massa, con una capacità di autodifesa spesso necessaria, in città come Roma, Milano, Napoli, nel nord est. Per capirne il senso basta buttare un occhio alla mappa che da anni ecn.org/antifa sta aggiornando con i dati delle aggressioni squadriste.

Ora, di fronte agli incidenti di Piacenza e alla disavventura del segretario palermitano di FN, ci troviamo a dover riaprire un dibattito ridicolo, su chi è il fascista, sulla legittimità delle pratiche e bla bla bla fino all’assurda solidarietà di Renzi a Forza Nuova (si andasse a leggere i testi delle canzoni che cantava Ursino con gli Hatred e a rivedere il curriculum militante dell’organizzazione). Al consueto abbaiare delle testate destroidi, purtroppo si associano anche media ed esponenti politici che dovrebbero al contrario essere in grado di capire quale è il peso della parola Fascismo (ma anche e forse soprattutto squadrismo). Sarebbe utile andare a ripassare, oltre alla già abbastanza esplicita cronaca recente, anche qualche riflessione sullo stretto rapporto che intercorre ONTOLOGICAMENTE tra fascismo, squadrismo e aggressione fisica dell’avversario.

Sarebbe utile andare a rivangare quelle pagine di Enzo Traverso che inseriscono la violenza nazista in una genealogia ben definita, di annichilimento dell’altro da sé, nella rapina delle risorse a uso e consumo di comunità ristrette, nell’esercizio feticistico della brutalità. Nel fascismo non esiste alcuna visione emancipatrice, non esiste liberazione possibile, né in quello del 1919, né in quello del Ventennio, né in quello del III millennio. Il peso della parola Fascismo è tutto qui e chi ne sovverte il senso, affibbiandola a chi cerca di mettere una pezza all’arroganza dello squadrismo nostalgico e razzista, dimostra malafede e profonda ignoranza.

Vicinanza sempre a chi pratica antifascismo.