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Il Pd s’impantana nelle primarie. La destra le copia

«Viva le primarie. Importiamole nel centrodestra», firmato Stefania Prestigiacomo. Misteri post-elettorali: l’«effetto Pisapia» intimorisce il Pd ma contagia il Pdl.

Sui giornali della destra fioriscono interviste e dichiarazioni a favore delle primarie. «Con le regole giuste sono uno straordinario strumento di selezione delle classi dirigenti», commenta entusiasta la ministra siciliana dell’ambiente. «Quando Berlusconi non ci sarà le faremo e io mi candido sicuramente», avverte il ras della Lombardia Roberto Formigoni.

Il Foglio di Giuliano Ferrara prenota già i gazebo e pubblica in prima pagina una bozza di regolamento per scegliere all’inizio di ottobre il presidente del Pdl e i coordinatori regionali proprio come fa il Pd. A destra il dibattito è ben avviato.

Qualcuno (per ora pochi pasdaran) le vede come lo strumento per eleggere il (i) leader dopo Berlusconi. La maggior parte invece pensa di utilizzarle soprattutto a livello locale per la scelta dei sindaci e governatori. Non a caso i più entusiasti della corsa a due tappe sono i dirigenti siciliani del Pdl, che sperano di utilizzare le primarie già per il sindaco di Palermo e, un domani, per il presidente della Sicilia.

Insomma nell’ex Forza Italia c’è un entusiasmo quasi pari a quello stranoto di Vendola, che però non sfiora chi ha il marchio (le stimmate) della consultazione dal basso, e cioè il Pd. Pierluigi Bersani è prudente: «Primarie sicuramente ma non come automatismo, la politica deve poter valutare caso per caso», scandisce su Repubblica. E non perché il segretario non ci creda. Anzi, sicuramente adesso più di prima sente quel tipo di corsa a palazzo Chigi nelle sue corde. Un pronunciamento chiaro però non arriva.

La road map della segreteria è un missile a tre stadi un po’ confusi: il Pd decide in casa propria i «dieci punti del programma» di governo. Li sottopone agli alleati, si forma la coalizione e poi, spiega Bersani, si deciderà tutti insieme il leader «nella forma più ampia possibile». Un esercizio moroteo che dice e non dice, attento agli equilibri interni e a non rompere con nessuno degli «alleabili», da Vendola e Di Pietro fino a Casini.

Poco importa che non sia questo che viene fatto né a livello locale né dentro al Pd, dove ogni candidato si presenta subito con la sua faccia, la sua base sociale e il suo programma e viene valutato dagli elettori. La tesi è espressa in bersanese puro: «Dove non arrivano i partiti possono arrivare i cittadini, il centrosinistra non alzi le paratie verso il ‘terzo polo’ perché se il progetto è credibile tira da tutte le parti».

Il Pd come il polo Nord magnetico dell’alternativa, le coordinate geografiche arriveranno. C’è la convinzione che Berlusconi non entrerà in crisi e che l’unica possibilità di intervento è tentare la Lega con una riforma elettorale bizantina che le consenta di sganciarsi dal Pdl senza pagare dazio.

Insomma, l’Italia cambia, il Pd un po’ meno. Questa ipotetica via parlamentare al dopo Berlusconi è identica a quella vagheggiata senza successo negli ultimi tre anni. Positiva o no, la lezione di queste elezioni imbarazza non poco i big del Nazareno. Tanto a destra quanto a sinistra gli elettori hanno votato (o non votato) a prescindere dai gusti di Bersani, Vendola o Di Pietro.

La «seconda Repubblica» tramonta su un curioso paradosso: manifestazioni e voto si danno solo e soprattutto senza i partiti. Non è certo con un accordo in parlamento che si salda questo profondo gap tra politica e società.

dal manifesto del 1 giugno 2011