closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Il Papa-gate visto dall’America

Avvertiva qualche giorno fa Melinda Henneberger, ex vaticanista del New York Times,  in un dibattito televisivo sullo scandalo della pedofilia giunto confine a lambire i vertici dela chiesa, di non attendersi che le ultime rivelazioni avessero in Italia l’effetto che potrebbe essere prevedibile in altri paesi. Pochi giorni dopo, la reazione dell’Avvenire all’inchiesta proprio del New York Times,  le ha dato ragione illustrando bene una concezione squisitamente “italiana” del potere. Un potere, ecclesiastico o politico che sia, che se messo in discussione si appella naturalmente alla lesa maesta’, all’immunita’ dalle domande impertinenti e meschina evidenza di fatti, intercettazioni o testimonianze. Ecco che quelle raccolte dall’inchiesta  del New York Times (prosegue oggi sui binari paralleli degli eventi di Milawukee e di Monaco, ripresa anche da altri quotidiani) vengono definite dalla stampa cattolica “una frenesia strana di lanciare il sasso, di sporcare, di insinuare” e, nella prevedibile rincorsa alla solidarieta’ della politica,  “uno scandalismo a tutti i costi” dal ministro Frattini e dal presidente del senato Schifani “attacchi inaccettabili e indegni” al santo padre. Una attitudine cortigiana impermeabile al concetto di societa’ di diritto che prevale in paesi piu’ laici, e quando l’Avvenire parla di “scopo preciso: attaccare, nella persona del Papa, la Chiesa”, rivela in piu’ un concetto tutto nostrano del ruolo del giornalismo, inteso come suddito di moventi oscuri, pilotato servo di poteri forti. In questo caso una presunta vasta congiura antireligiosa una “feroce onda mediatica”, avvallata dal New York Times,  di cui sono vittime il papa la chiesa e la religione stessa. In questo senso quella che emana da citta’ del vaticano e’ una requisitoria contro la modernita’, un negazionismo ad oltranza simile all’antidarwinismo ed altre espressioni di fondamentalismo. Nel frattempo la stampa americana prosegue le inchieste,  ponendo le impertinenti domande imparate nel Watergate: “cosa sapeva il papa e quando lo sapeva?”, come ha titolato il Los Angeles Times, e insiste con i fatti e le date (e qui come fa notare sempre attento Fosforo,  il NYT mette in rete per chi volesse visionarli, i documenti relativi agli abusi di padre Murphy sui ragazzi sordomuti di Milwaukee)  che documentano il ruolo di una gererachia ecclesiastica che ha quantomeno sosttovalutato la portata di un problema evidentemente sistemico, parla di “errori di management”.  Un termine tecnico diremmo, piu’ che da sasso freneticamente lanciato, consapevole tuttavia dell’ottusa strategia adottata (col placet di Roma) dai cardinali in America  dove lo scandalo ha gia’ dieci anni. La tattica del muro di gomma rivelatasi catastrofica per diverse diocesi ridotte alla bancarotta una volta che inevitabilmente sono state esposte ai risarcimenti dalle cause civili per negligenza. L’assurda ultima variante a questa colpevole ignavia, e’ l’argomento che i preti non sono piu’ pedofili di altre categorie – singolare affermazione di un’istituzione che incarna per definizione un ruolo di guida etica e morale – che comunque ignora la vera responsabilita’: quella di omissione di intervento che ha esposto agli abusi ignote migliaia di innocenti bambini.  E’ il nocciolo della questione occultato per l’ennesima volta dagli attacchi preventivi del Vaticano. Come ha detto Bill Maher l’altro giorno, possiamo solo immaginare cosa sarebbe successo se si fosse comportata alla stessa maniera una catena di asili nido.