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Quinto Stato

Lavoro autonomo, una nuova specie di proletariato

Il quinto stato, copertina del libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli (Ponte Alle Grazie), rielaborazione grafica di Eula Allegri

Il quinto stato, copertina del libro di Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli (Ponte Alle Grazie), rielaborazione grafica di Eula Allegri

Cgia di Mestre: un lavoratore autonomo su quattro è a rischio povertà. Un rischio quasi doppio rispetto ai dipendenti

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Un lavoratore autonomo su quattro è a rischio povertà. Le famiglie delle partite Iva, dei piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, liberi professionisti e soci delle cooperative corrono un rischio povertà quasi doppio rispetto a quello delle famiglie di lavoratori dipendenti. I dati sconvolgenti che la Cgia di Mestre ha diffuso ieri sono utili per disegnare il profilo di un segmento importante del quinto stato in Italia: quello del lavoro indipendente.

Tre milioni e mezzo di persone, tra cui oltre 2 milioni di imprenditori individuali, 959 mila professionisti, 442 mila ditte individuali che beneficiano di un regime fiscale di vantaggio. La destra li considera tutti imprenditori; la sinistra non esita a definirli evasori fiscali. Nelle estremizzazioni prodotte da queste rappresentazioni sociali, su questo ampio e invisibile arcipelago del lavoro si sono scaricate iniquità fiscali e vere ingiustizie previdenziali al punto da avere negato al lavoro autonomo i più elementari ammortizzatori sociali. Oggi la maggioranza di queste partite Iva non sono solo povere, ma escluse dalla cittadella fortificata dove si affrontano la grande impresa e il lavoro dipendente o salariato.

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Dal 2008 al primo semestre di quest’anno gli autonomi che hanno chiuso l’attività sono stati 348.400 (-6,3%) mentre la platea dei lavoratori dipendenti, è diminuita del 3,8%. La Cgia sostiene inoltre che nel 2013 il 24,9% degli autonomi ha vissuto con un reddito disponibile inferiore a 9.456 euro annui, cioè la soglia di povertà calcolata dall’Istat. Per quelle con reddito da pensioni, il 20,9% ha percepito un reddito al di sotto della soglia di povertà, mentre per quelle dei lavoratori dipendenti il tasso si è attestato al 14,4%, quasi la metà rispetto al dato riferito alle famiglie degli autonomi.

Siamo così arrivati al problema: i primi sette anni di crisi non hanno solo sbaragliato la classe operaia, ma si sono abbattuti sul ceto medio. E’ infatti a questa categoria che l’analisi delle classi, come quella statistica, ha assimilato il lavoro indipendente, sia quello professionale che quello della piccola impresa o del commercio. In quanto “ceto medio” il lavoro indipendente sembrerebbe dunque privilegiato. Così non è (più).

I dati della Cgia mostrano una situazione già nota: a causa dei ritardi di pagamento, del crollo delle committenze, dei costi previdenziali e fiscali, oggi le partite Iva vengono chiuse in massa. La situazione peggiore è al Sud: in Calabria, in Sardegna e in Campania. Tra il 2008 e il primo semestre di quest’anno la riduzione delle partite Iva nel Mezzogiorno è stata del 9,9% (- 160 mila unità). Segue il Nordovest con il -7,8% (-122.800 unità), mentre il Nordest (-4,3%) e il Centro (-1,3%) fanno segnare delle contrazioni più contenute.

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“A differenza dei lavoratori dipendenti – afferma il segretario della Cgia Giuseppe Bertolussi- quando un autonomo chiude definitivamente bottega non dispone di alcuna misura di sostegno al reddito. Ad esclusione dei collaboratori a progetto che possono contare su un indennizzo una tantum, le partite Iva non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione e di alcuna forma di cassaintegrazione in deroga e/o ordinaria/straordinaria. Purtroppo non è facile trovare un altro lavoro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento costituiscono una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso forme di lavoro completamente in nero”.

Anche le partite iva, dunque, sono precarie. A differenza dei precari “tradizionali” occupano posizioni lavorative diversificate: sono monocommittenti e anche parte di una cooperativa. Possono avere una piccola impresa, ma sono anche dipendenti. La pensione, la disoccupazione, la malattia devono pagarsele. Se hanno i soldi.

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La richiesta di Bortolussi è ragionevole: estendere l’impiego degli ammortizzatori sociali. C’è un problema: per il governo Renzi il mondo del lavoro indipendente non esiste. Ai freelance non ha dato gli 80 euro e, anzi, ha presentato una riforma dei regimi dei minimi che aumenterà le tasse alle partite Iva under 35 che apriranno l’attività dal 2015. C’è poi il taglio dell’Irap a cui sono soggetti gli autonomi. Proprio come se fossero una grande impresa. Allora qualcosa ha fatto Renzi. No: il taglio interesserà le attività che hanno i dipendenti. Gli autonomi continueranno a pagarla come prima. Anzi, peggio.

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