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Quinto Stato

Il muro di Roma: ricancellata la scritta “Né pubblico, né privato: Comune”

Porta maggiore 2-6

Porta Maggiore, Roma. Tempo dodici ore e la scritta “Né pubblico, né privato: Comune” è stata cancellata dall’azienda municipale Ama. La stessa che, in un’iniziativa indetta dal movimento “Retake”, aveva passato una mano di grigio sabato scorso. Questa è la storia del muro più conteso della Capitale, il palcoscenico di un conflitto politico sorprendente.


Linea Decoro

Lo slogan era tornato più grande di prima dopo un blitz degli attivisti impegnati nell’organizzazione della manifestazione #RomaNonSiVende contro privatizzazioni e sgomberi di sabato 19 marzo. All’alba nella metropolitana e sugli autobus oggi sono state distribuite migliaia di copie della freepress ZTL con articoli sulle privatizzazioni, un’inchiesta alternativa su “Affittopoli”.

Un nucleo della “Linea Decoro” AMA, con l’ausilio di un idropulitrice e degli agenti del nucleo “Pics” della Polizia di Roma Capitale, ha cancellato la scritta definita “vandalica” “apparsa sul muro adiacente al tunnel di piazza Porta Maggiore. Nello stesso punto il personale aveva già effettuato un intervento di rimozione dei graffiti sabato 12 marzo insieme ai volontari di Retake Roma nell’ambito dell’iniziativa Wake Up Roma”.

Il comunicato di un’azienda municipale, governata in questo momento dal commissario Tronca, sottolinea l’allargamento della gestione del “decoro urbano” ai volontari. Si enfatizza un’alleanza siglata sul terreno dei “beni comuni”, un tema considerato sinonimo di partecipazione al governo della città come gestione del decoro di strade e quartieri, non come governo delle decisioni sul bilancio, oppure dei servizi o dell’emergenza abitativa, ad esempio.

L’enfasi che di solito accompagna queste operazioni, oggetto di campagne pubbliche, sottolinea l’elemento occasionale di un’operazione di ripristino della pulizia dell’arredo urbano e non quello decisivo sulla riorganizzazione essenziale dell’amministrazione.

Al movimento dei cittadini “retakers” viene inoltre concesso di partecipare a una visione della città fondata sul ripristino di un ordine urbano. L’impressione di partecipare a un riscatto anche morale produce soddisfazione e anche entusiasmo. In questo modo un’esperienza viene legittimata.

Una città “decorosa”

Tutto questo non è nuovo. Nell’800 i carbonari scrivevano viva verdi sui muri di Roma. Nuovo è il contesto. Tamar Pitch in un libro esemplare “Contro il Decoro” ha ricostruito la stagione delle delibere sicuritarie che diedero ai sindaci il potere di deliberare in difesa dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana. Quelle delibere produssero un’ondata repressiva contro gruppi sociali marginali o esclusi, poveri.

Oggi la sicurezza urbana ha cambiato segno, è diventata “partecipativa”, si è allargata a temi che superano la repressione e la trasformano. Un concetto vago come “decoro urbano” non evoca reati o comportamenti aggressivi, ma il contrasto occasionale al disturbo causato alla vista, all’udito, al fisico o alla morale. Il giudizio sulla decenza di un comportamento rientra oggi nel campo delle politiche sulla sicurezza urbana.

“Una città decorosa – ha scritto la giurista – è una città dove miseria e marginalità non si vedono, dove germi e batteri portatori di contagio si identificano nei rom, nei mendicanti, nei lavavetri, nei venditori abusivi di strada, nelle prostitute, nel proliferare di negozi di cibo etnico”.


Roma oggi

La duplice cancellazione della scritta a Porta Maggiore – che non è una scritta come un’altra, rappresenta simbolicamente un’altra idea della città in cui si identificano migliaia di persone a Roma – può essere considerata un’operazione sottile di consenso diretta a quella “società civile” che rivendica un’idea di partecipazione. Tale partecipazione viene identificata con il commissariamento della Capitale più volte spiegata come un’operazione di ripristino dell’ordine “guastato” dalla “politica” e dalle sue corruttele.

Senza contare che tale operazione è stata effettuata in un momento in cui sono forti le polemiche contro il progetto di privatizzare gli asili nido o di cedere le scuole dell’infanzia contenuto nel documento di programmazione triennale (Dup) approvato da Tronca. Oppure le comunicazioni di sgombero arrivate a 800 associazioni, tra cui molti spazi sociali.

Nel Dup c’è anche il progetto di raccogliere fino a 15 milioni di euro all’anno dalla rimessa a bando degli spazi affidati dalla delibera 26 della giunta Rutelli. Quello che si teme in una larga parte della società romana è che i mesi del commissariamento della città approfondiranno la direzione reale sulla quale è instradata la politica cittadina. Più in generale, preoccupa la gestione del piano di rientro del debito, imposta dal governo Renzi alla debole giunta Marino, dovrà essere proseguita con grandi sacrifici del welfare che tutti vogliono proteggere. La cancellazione di una semplice scritta è stata percepita come la manifestazione di questo orientamento.

Non sorprende che, nelle ore precedenti alla manifestazione unitaria “RomaNonSiVende” che pone questi problemi, la cancellazione di una scritta sul muro – apparentemente banale – abbia provocato una reazione. E una contro-reazione. Nella plasticità dei gesti contrapposti emergono le contraddizioni e i non detti di concetti a dir poco sfuggenti e generici quali: partecipazione, beni comuni, legalità. E anche “pubblico”. Molte sono infatti le interpretazioni possibili e chi le frequenta ritiene di averne l’esclusiva. Come per la nazionale di calcio, tutti sono allenatori.

La vita di un muro

Il muro più conteso della Capitale sta mettendo in scena qualcosa di molto concreto. Ha diviso in due la città, pro e contro. Ha identificato, in maniera unilaterale e arbitraria, un nemico generico e anonimo, stigmatizzando migliaia di persone con l’accusa di “vandali”.

Dall’altra parte ci sarebbero i custodi dell'”ordine” che coincide, appunto, con il decoro. Chi subisce questa accusa non ci sta. Percepisce l’atto di “pulizia” come sanzione contro l’aspirazione al cambiamento e un modo diverso di prendersi cura della città: organizzando servizi autogestiti e spazi di auto-produzione come atelier, palestre e scuole popolari, ad esempio. Trasformando luoghi vuoti, dismessi, “sporchi”, in spazi comuni, polifunzionali, aperti, solidali dove si abita, si studia, si fa festa, si creano relazioni.

“Roma comune”
Pratiche ricorrenti nelle città postindustriali, dove da un quarantennio non mancano mai le autogestioni.

Le amministrazioni le vivono come problemi perché mettono in discussione il principio di legalità che in molti casi porta all’abbandono, lì dove mancano progetti di speculazione o di riqualificazione funzionale alle politiche di cementificazione.

Oggi queste pratiche cercano di concepire una politica della città ispirata a una “sperimentazione municipalista”. I promotori della manifestazione #RomaNonSiVende propongono una “Carta di Roma Comune” basata sull’autogoverno e la partecipazione diretta alle questioni di prossimità.

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