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Islamismo

Il mio incontro con al Qaeda


Ho incontrato un leader di al Qaeda. E’ successo a Baghdad, il 4 febbraio 2005, alla moschea Mustafa dentro il campus dell’Università. Si chiama Sheikh Hussein, o come scrive Wikileaks, Husain, poco importa la differenza è solo nella traslitterazione. L’ho incontrato, gli ho parlato, ma non sono stata la sola a farlo, altri giornalisti l’hanno intervistato, ho visto persino un collega che lo baciava. Sarebbe stato uno scoop se l’avessi saputo, ma non avrei potuto raccontarlo perché subito dopo sono stata rapita. Evidentemente non lo sapevano nemmeno gli altri giornalisti e tra di loro Florence Aubenas, ma anche lei avrebbe potuto raccontarlo solo cinque mesi dopo.
I file rivelati da Wikileaks – che ricordiamo sono di fonti segretate Usa – e accreditati da molti giornali indicano Sheikh Hussein come uno dei capi di al Qaeda a Baghdad. Tutto può accadere nel mondo impazzito della guerra, ma certo se fosse così facile incontrare un uomo di al Qaeda in un paese occupato dalle truppe americane mi preoccuperei sull’efficacia della presenza dell’esercito più forte del mondo. Tuttavia la mia sensazione, anche oggi, non è di aver incontrato un leader di al Qaeda nonostante la scenografia che lo circondava: suoneria del cellulare con versetti del Corano, aria truce, sala piena di personaggi molto aggressivi. Ma in tempi di guerra non si può andare molto per il sottile e nel fare informazione a volte ci si trova anche in situazioni poco piacevoli.
Tuttavia la ricostruzione della mia riconsegna, ripresa in questi giorni da molti giornali e contenuta nell’interrogatorio dello sceicco fatto il 1 novembre 2005 dai servizi giordani che lo avrebbero arrestato – senza clamori, nonostante fosse un leader di al Qaeda! -, contiene alcuni elementi assai inquietanti.
Sarebbe stato Sheikh Hussein dopo aver intascato 500.000 dollari di riscatto a riconsegnarmi a Calipari e a imporgli di andare all’aeroporto. Dopo di che avrebbe fatto la soffiata al ministro degli interni iracheni e quindi, indirettamente, agli americani che la Chevrolet blu su cui viaggiavamo era di fatto un’autobomba.
Intanto mi sembra strano che questo sceicco non sapesse come è avvenuta la mia liberazione, che con Calipari e Carpani viaggiavamo non su una Chevrolet blu ma su una Toyota Corolla grigio chiaro. Ma tant’è, e per l’esperto di terrorismo del Corriere della sera, Guido Olimpo, la macchina diventa una Corona blu.
Non solo ho incontrato un leader di al Qaeda, ma secondo i servizi giordani è stato lui ad indicare a Calipari la via da seguire per la fuga, quella dell’aeroporto. Indicazione che immediatamente il numero due del Sismi avrebbe seguito. Naturalmente si deve dedurre che Calipari non avesse un proprio piano e che aspettasse le indicazioni di Sheikh Hussein. Ma anche che gli americani ci hanno sparato addosso in base alle soffiate di Sheikh Hussein. Quest’uomo così “ricercato” e ascoltato, dopo il mio rilascio, mi ha fatto avere un messaggio, tramite un collega, per dirmi che le donne che avevo incontrato alla moschea si erano molto dispiaciute per il mio sequestro e che comunque lui non c’entrava nulla.
A questo punto la fiction termina con la solita scritta: ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Purtroppo non è proprio così, la realtà è ancora più complessa. Intanto perché non solo non credo che Calipari abbia seguito le indicazioni di Sheikh Hussein, ma perché c’è stato anche chi da Roma ha tentato di dirottare il numero due del Sismi verso una meta dove lo attendeva una trappola che non lo avrebbe fatto uscire vivo. Solo la sua capacità di analisi, il suo intuito e anche la conoscenza del territorio di Carpani avevano impedito questo errore che sarebbe stato fatale. Chi erano gli autori di questo depistaggio? Forse non solo gli americani ma anche agenti italiani che stavano contrastando l’operato di Calipari e dei suoi uomini. Evitata la prima trappola evidentemente è scattato il piano numero due. Ma, nonostante quello che hanno scritto alcuni giornali, non credo che siano state poco credibili soffiate di un presunto leader di al Qaeda a uccidere Calipari. E mi rifiuto di credere che gli americani, che con un loro elicottero hanno seguito la mia liberazione, ignorassero il nostro percorso. Peraltro i mezzi di intercettazione delle comunicazioni così sofisticate in mano agli americani avrebbero potuto verificare facilmente i numeri di telefono da cui partivano le telefonate dalla nostra auto, dirette all’ambasciata italiana, all’ufficiale di collegamento con gli americani, al capo del Sismi in Italia, etc.
Calipari dava fastidio perché era un servitore dello stato nel senso più nobile del termine, si riteneva al servizio dei cittadini, tutti, e si è adoperato per ottenere la liberazione di diversi ostaggi. Con successo. Purtroppo tra le persone che devono a lui la vita non ha potuto esserci anche Baldoni che forse era veramente nelle mani di al Qaeda, quella vera e non quella presunta di Sheikh Hussein.

  • martino

    Nessuna reazione di Guido Olimpo, questi sono proprio facce di tolla.