closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Il «Mimmo e Silvio» show

Il Cavaliere apre il congresso di Scilipoti e inizia le sciarade sulla legge elettorale. Rebus preferenze e sviluppo nel trionfo della «kitsch-politik» tra hostess, auto blu e il Tao alla siciliana

Lo slogan che campeggia sul palco non è nuovissimo: «Cristiani, patria e famiglia». Eppure il neomovimento del siciliano ex dipietrista Mimmo Scilipoti è ormai diventato a buon diritto l’emblema della politica all’epilogo della Seconda repubblica.

Un sistema politico nato col karaoke, le bande di paese, i cieli di cartone e un’Italia da sogno girata in videocassetta davanti a una calza da donna non può non finire con il più onorevole dei (para)guru che fa gli onori di casa, concede interviste, stringe mani, cura pazienti in diretta, distribuisce i suoi libri e il suo giornale come il primo (o l’ultimo) dei segretari della nuova «kitsch-politik».

Simbolo del partito? Il tao tricolore: bianco, verde e rosso. Autodotato (di colore blu), «Mimmuzzo, Mimmuzzo» è accolto dai delegati (?) come il medico in una mutua degna di Alberto Sordi, istrionico padrone della vita e della morte di pazienti untuosi e sorridenti. Scilipoti osserva compiaciuto le «scilipotine», quattro modelle vestite di blu che decorano la presentazione di un progetto edilizio per pensionati, dal palco critica i gay e difende la «famiglia tradizionale».

In lui tutto si tiene, dall’agopuntura al Vangelo. L’editoriale del suo nuovo quotidiano anche oggi parla chiaro: obiettivo del movimento è «raggiungere la scossa ormonale dei consensi». E’ ovvio che in un parterre simile il Cavaliere si senta più a suo agio che nei corridoi bui di Palazzo Koch o nelle asettiche moquette di Bruxelles.

Silvio Berlusconi concede mezz’ora di discorso ai responsabili siciliani. Conferma i toni da campagna elettorale («ma anche stavolta durerò cinque anni», giura) e non scioglie i rebus che paralizzano il governo: la legge elettorale e il decreto sviluppo.

Sulla riforma del «porcellum» Berlusconi è categorico: dà la colpa a Ciampi per il no al premio di maggioranza nazionale al senato («il porcellum è il frutto di una sua personale interpretazione della Costituzione», attacca Berlusconi riferendosi al premio su base regionale) e fa capire che si potrebbe partire proprio da qui: superpremio in entrambe le camere e ritorno delle preferenze. «Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consente di scegliere candidato per candidato», spiega il premier.

Peccato che non passa nemmeno mezz’ora e i vertici parlamentari – Cicchitto e Quagliariello – seppelliscono l’ipotesi delle preferenze e preferiscono parlare di nuovi collegi «più piccoli» (circoscrizioni che andrebbero disegnate e dunque regalerebbero un po’ di mesi di ossigeno al governo).

Inevitabile il no del corteggiatissimo Udc di Pier Casini. «L’imbarazzata e repentina presa di distanze di diversi esponenti del Pdl dalle parole di Berlusconi a sostegno delle preferenze dimostra che il Pdl è una Torre di Babele in cui ognuno parla un linguaggio diverso», sentenzia serafico il segretario centrista Lorenzo Cesa.

Acque altrettanto torbide sul decreto sviluppo. Berlusconi vorrebbe avere qualcosa in mano già oggi, prima di volare a Bruxelles per un vertice delicatissimo sulla crisi dell’euro. Il ministro Romani ieri è salito al Quirinale per illustrare a Napolitano le prime bozze del governo. Finora l’unica ipotesi quasi certa è quella di un condono o concordato fiscale di massa. Perché soldi nuovi non ce ne sono e in ogni caso Tremonti non vuole spenderli.

Il Pd è scettico sulle capacità del governo di fare qualcosa di significativo. Ma a sorpresa anche il segretario del Pdl Alfano mette le mani avanti: «E’ bene non caricare un decreto di attese salvifiche». A Palazzo, il segreto di Pulcinella è che il decreto o è vuoto o sarà una via crucis per l’esecutivo, non immune dal rischio incidenti. Non a caso tra i pochi big a chiedere a Berlusconi di «fare in fretta» è il leghista Maroni.

dal manifesto del 22.10.2011