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il manifesto, una spa “per il comunismo”

Anche se molti lo dimenticano, il manifesto è già una proprietà collettiva.

Una proprietà collettiva addirittura due volte.

La prima proprietà diffusa è nella cooperativa oggi in liquidazione, che ha 103 soci (tutti dipendenti o ex dipendenti). Una coop editoriale che oltre a pubblicare il giornale e i suoi supplementi ( Alias e il Diplò ) controlla anche, con il 78,22% delle azioni, la “holding” proprietaria della testata.

Il manifesto, infatti, è proprietà di una spa ad azionariato popolare creata nel 1995.

Una società in cui il 78% delle quote sono in mano alla cooperativa editrice (oggi sostituita dai liquidatori) e il 22% è diviso tra circa 7mila soci: 6.533 azionisti singoli (15,3% delle quote), 27 cooperative (2,6%), 45 società diverse (2,6%), 109 enti sindacali (camere del lavoro, categorie, etc., pari all’1%), 93 associazioni (Arci, etc, pari allo 0,2%) e 18 strutture di partito (che hanno un minuscolo 0,1%,).

In tutto 6.826 soggetti molto diversi tra loro che nel 1995 acquistarono azioni pari a 5,4 miliardi di vecchie lire.

Anche se all’epoca eravamo reduci dal picco di vendite dovuto all’autoscioglimento del Pci e dalla manifestazione straordinaria di Milano del 25 aprile 1994 contro Fini e Berlusconi, il manifesto era come sempre in profonda crisi finanziaria e la spa sembrò l’unico modo per salvaguardare la testata da ogni rischio e «capitalizzare» una cooperativa che anche allora era economicamente alle corde.

La sottoscrizione di questo 22% delle azioni partì in pompa magna il 20 gennaio 1995, dopo il via libera Consob del 22 dicembre. Ogni azione valeva 10mila vecchie lire.

Unico patrimonio vero della manifesto spa era (ed è tuttora) la testata, che le perizie certificarono valere oltre 28 miliardi di vecchie lire (cioè 14,5 milioni di euro).

In quattro mesi se ne raccolsero appunto 5,4. Con i quali, oltre a mettere tutto il giornale gratis su Internet (siamo stati il primo quotidiano nazionale ad avere un sito Web, all’inizio del 1995), la coop decise tra l’altro di avviare uno splendido e costosissimo settimanale ( Extra ), una casa editrice (la manifestolibri oggi anch’essa in liquidazione) e le edizioni musicali.

Mentre la spa, in modo avventato, decise di aprire una libreria-centro convegni a via Tomacelli e un’agenzia di viaggi “alternativi”. Due spin off imprenditoriali che però fallirono presto: la libreria – bellissima, nella sede di Mondoperaio dove oggi si vendono le Poltrone Frau – chiuse i battenti 5 anni dopo sotto un mare di debiti. E vita ancora più breve ebbe l’agenzia di viaggi “manifestina” (Cogevi).

In cantiere all’epoca c’erano anche altri progetti magnifici: un giornale multimediale ante litteram e addirittura una televisione («Un network di tv locali per la restituzione moderna dei comizi», disse Valentino al Corriere della Sera ).

All’epoca il giornale era un “colosso” da 146 dipendenti (86 giornalisti e 60 poligrafici). E le vendite nel ’94 hanno raggiungevano il nostro massimo storico: 51.082 al giorno.

Eppure la capitalizzazione non bastò. Nonostante la vittoria dell’Ulivo, il nostro 25esimo compleanno (il 28 aprile del 1996) si celebrò all’insegna di sempre: stipendi non pagati, crollo di 10mila copie in edicola, 30 persone in cassa integrazione a rotazione, tagli alle spese draconiani.

Andava così male che nel 1996 rivendemmo il giornale a 10.000 lire e il 19 dicembre 1997 uscimmo in edicola con un prezzo astronomico: 50.000 lire (lo acquistarono in 40mila).

In meno di due anni, il debito della cooperativa verso la spa ammontava già a 3 miliardi.

E a proposito di proprietà «illuminata», nel ’96 la seconda assemblea degli azionisti-manifestini preferì parlare più di Prodi che di bilancio. I debiti furono rimessi alla coop a stragrande maggioranza e per alzata di mano.

Tornando all’oggi. Il nostro bilancio 2011 (approvato a fine luglio) ha visto ricavi per 7,1 milioni di euro (5 milioni di vendite, 1 di abbonamenti e 1 di pubblicità) e perdite per 10,1 milioni di euro, in gran parte dovuti alla svalutazione della testata per effetto del giornale in liquidazione.

Oggi il manifesto è valutato ufficialmente 5,47 milioni di euro (ultimo bilancio manifesto spa). Il 78% della cooperativa che i liquidatori effettivamente metteranno all’asta vale perciò 4,3 milioni di euro.

Un conto esatto non esiste ma non è esagerato dire che dalla fondazione a oggi il manifesto ha raccolto con sottoscrizioni straordinarie di ogni tipo e forma circa 18 milioni di euro.

Perché questo giornale non ha editori ed è di chi lo fa e di chi lo legge. È una proprietà collettiva non da oggi ma da sempre.

Nacque nel 1971 con 60 milioni di lire. E da allora non ha mai smesso di provare e riprovare.

Da «francescani» della carta stampata, non abbiamo mai messo in dubbio l’uguaglianza tendenziale dei nostri stipendi e tutto quello che è entrato in cassa è sempre finito al giornale per il giornale.

Di editori o padroni più o meno “illuminati” non ne abbiamo mai voluti (perfino Libération ha trovato il suo Rotschild…).

Di errori ne abbiamo fatti tanti, anzi tantissimi. E molti ci rimproverano, ieri come oggi, che non è con l’elemosina che si fa un quotidiano. Che se non vendi abbastanza allora devi chiudere.

Non capiscono che il manifesto è un varco, una possibilità, uno strappo nella trama del possibile.

Perché questo giornale non lo facciamo da soli. Senza questo incontro/scontro quotidiano con chi lo tiene tra le mani smetterebbe di esistere un secondo dopo.

Abbiamo imparato che forse un’impresa non può volare. Ma può volere. E se vuole, tutto può.

5,47 milioni di euro
IL NOSTRO VALORE L’ultima stima della testata «il manifesto» – effettuata quest’anno dopo la liquidazione coatta della coop editrice – è di 5,47 milioni di euro. Il valore di libro del 78,22% delle azioni oggi gestite dai liquidatori è perciò di 4,3 milioni di euro.

dal manifesto del 4 novembre 2012

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