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il manifesto, la Val Susa e il rischio the Daily

In Val di Susa si consumano tante battaglie. Concrete e simboliche. All’operato delle ruspe si affianca quello dell’informazione. Come riconosceva Marco Mancassola, è una sfida e un ruolo che investono in pieno il manifesto all’apice della sua crisi. Che cosa diventa questo giornale, quando attorno a noi media mainstream e informazione dal basso si scambiano filmati, video e dati in tempo reale?

Mediaticamente, la vetrata infranta dai poliziotti diffusa da Youreporter fa il paio con il “pecorella” rivolto a un carabiniere da dietro il guard rail filmato in appalto dal Corriere.

Tra le due “narrazioni” qual è quella vincente? E’ solo questione di volume? L’autorevolezza di via Solferino contro archi e frecce virali dei social network, in una sorta di Pandora di Avatar abitata da libere comunità tribali schiacciate dal «progresso» e dall’avidità?

Ci interroghiamo molto, in questi giorni, su cosa può fare e diventare il manifesto. Sulle sue radici e sul suo futuro. Perfino, apertamente, sulla sua “utilità” nel mondo attuale e sulla sua “capacità” di adattamento al mondo ultra-liberista che ci circonda.

Pietro Ingrao ha definito il manifesto una “sentinella di pace”.

Quale deve essere allora il nostro ruolo nel conflitto che la Val Susa ha aperto in tutto il paese? Amplificare le ragioni del movimento come un cuneo rosso nel campo dell’infotainment? Dare «notizie» come mediatori politici e culturali autonomi tipo i caschi blu dell’Onu? A che serve un «giornale comunista» o «benicomunista» quando i notav hanno già radio, siti internet, twitter e producono in proprio, da decenni, informazione scientifica e culturale di primissima qualità attorno l’Alta velocità e i suoi pericoli?

E’ una domanda che ci accompagna dal G8 di Genova e dalla nascita di Indymedia.

Dirompente oggi nell’era della politica sui social network. Rappresentare una minoranza che già si rappresenta benissimo da sé non è un’opzione.

Ci dispiace, per esempio, che Giancarlo Caselli non abbia accolto l’invito a discutere con noi in redazione le ragioni limpide del suo libro sulla legalità e i problemi che hanno coinvolto le sue presentazioni in tutta Italia. Scontri inaccettabili tanto quanto, però, le cariche contro le vecchiette valsusine, i bar devastati a manganellate a Bussoleno o gli arresti per manifestazione non autorizzata in tutta Italia. Dopo aver concesso interviste a tutta la stampa italiana Caselli non ha nemmeno accettato, finora, di parlare con noi sul giornale di carta.

Ma se discutere è impossibile (“non ci sono alternative”) e non rispondere alle domande scomode è moneta corrente nell’establishment (fino a Monti) di cosa è fatta la democrazia? Se di fronte alle ragioni dei molti si sparano a tutto volume i torti dei pochi, che comunità diventiamo?

Non è tanto questione di giornale di carta e giornale multimediale, come hanno affermato Luciana Castellina pochi giorni fa o Mariuccia Ciotta e Gabriele Polo venerdì. Un vero quotidiano digitale, mi pare, l’ha fatto solo Rupert Murdoch sull’iPad (the Daily). E’ stato un bagno di sangue economico e un lusso culturale.

L’informazione su Internet è un flusso tra nodi, un personalissimo «surf» a zig zag da punto a punto. Un giornale di carta, invece, è una comunità che accoglie e raccoglie un’altra comunità. Fissa ogni giorno un unico punto collettivo da cui (ri)partire. La sua forza è il contesto. Un insieme di informazioni complesse organizzate e gerarchizzate dalla prima all’ultima pagina. Per questo, forse, viene considerato strumento ostico e obsoleto.

Per noi è un antidoto alla solitudine di ciascuno di fronte alla complessità degli eventi, un’alternativa all’autoformazione solipsistica e rigorosamente individuale che caratterizza il flusso di notizie in rete, da uno-a-molti a molti-a-molti.

Di sicuro la timeline del manifesto va aggiornata. Ma la cellulosa è troppo importante per lasciarla solo a chi se la può permettere. Pensateci: nella crisi più violenta dal ’29 non c’è nessun banchiere o impresa che abbia rinunciato al suo giornale, anche se in perdita.

(una versione ridotta di questo articolo è uscito sul manifesto del 4 marzo 2012)

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  • martina langhe

    ottime riflessioni, ottime domande. non capisco però la tua/vostra decisione di identificarvi completamente con, mettiamo, i no-tav. che hanno i loro mezzi e con quelli si esprimono e voi allora che ci state a fare? ecco: ma voi non siete no tav voi siete giornalisti magari molto vicini a loro ma NON SIETE loro. non vi è possibile una distanza, chissà, magari critica… in qualche caso? non sarebbe questa un’utilità? L’utilità? Oppure tu quando prendi carta e penna metaforica ti trasormi nel ragazzo contadino della valle, ti cresce la barba…? sei lui? o rimani tu. facci sapere. a noi servi tu. altrimenti, in effetti, ci leggiamo indymedia etc, e questo ci basterà per capire ‘la sinistra’.

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Ti rispondo a caldo e poi ci penso meglio. Il dubbio qui è rovesciato. Non è il manifesto che si “identifica” coi no tav ma il manifesto che non si vuole identificare (a parti rovesciate) con il corriere della sera anche se compare nella stessa edicola e nelle stesse rassegne stampa dei tg.