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il manifesto è una storia d’amore

Detto molto sobriamente: questa è una storia d’amore. E come  tutte le storie d’amore è nata da un incontro tra quelle donne e uomini radiati, usciti dal partito comunista, e le ragazze e i ragazzi del Sessantotto-Sessantanove, dei primi anni Settanta.

L’incontro è felice perché gli uni e gli altri in quel momento stanno osando se stessi e, come ciascuno sa dalla propria vita personale, questo è capace di produrre una qualche magia.

Le differenze ci sono, pur immerse allora nella forza destabilizzante e gioiosa di «stato nascente» del movimento, e sempre si vedranno: contraddizione e insieme tesoro della vicenda manifesto. Né possono banalizzarsi a puri gap «generazionali» – secondo la nomenclatura del consumo che sempre più tenta di irrigidire i desideri in target.

Le differenze attraversano tutti e ciascuno. E fin dall’inizio segnano lo stesso gruppo uscito dal Pci: che via via si separa, una volta fuori dall’ex grande partito, che evidentemente nella cassetta degli attrezzi aveva un collante a presa forte; o forse già si anticipano quelle vie diverse che negli anni successivi prenderanno anche tanti più giovani.Ma differenti sono anche i ragazzi e le ragazze di quel primo incontro. C’è chi ha già sperimentato una qualche realtà politica strutturata; e chi invece si è radicato direttamente nel movimento, con riferimenti e esperienze più ibride.

Comune, soprattutto per chi viene dal nord, è il rapporto con le lotte operaie. Altri riferimenti, non tutti condivisi, contano invece per molti di noi. C’è Marx certamente, ma pochissimo Gramsci ad esempio, e invece il richiamo europeo con Luxemburg, Korsch, nonché Bloch; da un lato la scuola di Francoforte in tutta la tastiera dei suoi esponenti, accanto a Foucault «e i francesi». In Italia c’è lo sconvolgente movimento di Basaglia che si applica a svuotare i manicomi; fuori si guarda a Laing e all’antipsichiatria inglese, all’antiautoritarismo e alle suggestioni americane.

C’è il rock. C’è la pratica del femminismo. Un catalogo zeppo. L’esito, per quelle e quelli che non avevano «a che vedere» con il Pci era una pretesa radicale: strappare in sé, l’«individuo», alla scarnificazione e solitudine cui pretendeva inchiodarlo il presente di un’accumulazione capitalistica vorace di ogni legame sociale, rapporto con culture e forme di vita. Non leggibile classicamente nel solito conflitto capitale-lavoro.

Insomma, questa storia d’amore e di politica non è nata da un unico ceppo, l’allora grande partito comunista. Anzi, i compagni «radiati» là si erano a lungo battuti perché avvertivano mutamenti che richiedevano analisi più rischiose ma anche esposizioni personali più rischiose, e hanno corso il rischio, sono usciti per strada: per questo alcuni di noi «del Sessantotto» li hanno incontrati. La storia del manifesto – l’ho già scritto, lo ripeto – nasce propriamente da questo incontro.

Perciò la sua identità è per definizione mobile, pretende il riconoscimento reciproco; e la sua origine sta anche davanti a noi, non solo dietro, e chiede di essere sempre ricostruita, pena la perdita del senso di questa impresa: nata nella storia, in un noi costruito nel tempo, la sua esistenza non è ineluttabile, deve essere rischiata ogni giorno.

E’ il nostro bene prezioso per il futuro, nei confronti, nei conflitti anche laceranti, che hanno solcato il passato e che via via si ripresentano. Semmai c’è da chiedersi se i momenti di avvertita a tratti decadenza in questa impresa non segnalino che non sempre onoriamo la sua delicata origine promiscua, quel noi sempre da ricostruire, e invece per stanchezze o rassegnazioni mutuiamo pratiche correnti di «gruppo», mimiamo l’autoconservazione della «famiglia», delle burocrazie, o finiamo per rifugiarci in origini pure, separate, a identità chiusa: i comunisti, i sessantottini, gli altri.

Perché proprio quell’origine e questa vicenda non univoca, il rischio dell’incontro e dell’agire di donne e uomini differenti, che da subito segna l’esperienza politica e anche editoriale – la nascita del quotidiano e i saperi le passioni le ore di vita che ne hanno permesso, ne permettono l’esistenza – e non è l’ultima delle ragioni per cui il manifesto c’è ancora oggi.

Carla Casalini

Dal numero speciale per i 35 anni del manifesto nel 2006, pagg. 25-26