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il manifesto contro il Fatto quotidiano

Editoriale non firmato sulla prima pagina del 12 gennaio 2012.

Per il secondo giorno consecutivo, prima in maniera allusiva poi esplicitamente, il Fatto Quotidiano scrive che il manifesto ha taciuto sugli scandali del sottosegretario Malinconico perché dipendeva da lui per il finanziamento pubblico.

Sono accuse false e diffamatorie. Il manifesto non ha taciuto, anzi ha svelato altre magagne del poco onorevole curriculum di Malinconico la cui nomina abbiamo criticato dal primo giorno (come sanno bene i nostri lettori).

È una legge dello stato – la 266 del 2005 – a stabilire che i contributi all’editoria vengano pagati entro il 31 dicembre dell’anno successivo per tutte le testate in regola con la documentazione. È stata ancora una legge dello stato, la legge 10 del febbraio 2011, a stabilire l’entità definitiva dello stanziamento relativo al 2010. Nessuno avrebbe potuto poi ritoccarla retroattivamente.

Carlo Malinconico, per essere chiari, dieci mesi prima di andare al governo non poteva incidere e non ha inciso su nessuna di queste due circostanze. Per questo è totalmente falso scrivere che a dicembre il manifesto ha ricevuto «ossigeno grazie all’uomo di palazzo Chigi».

E non è decente suggerire ai propri lettori, come fa nel suo titolo il Fatto, che con «i bonifici ai giornali la notizia sparisce». All’epoca il sottosegretario con delega all’editoria era Paolo Bonaiuti, il ministro responsabile era Giulio Tremonti.

Se il Fatto volesse prendersi sul serio dovrebbe accusarci di essere stati accondiscendenti con Tremonti e Bonaiuti, magari anche con Silvio Berlusconi. Può farlo?

Il manifesto conduce da anni una battaglia pubblica e dichiarata a difesa del sostegno ai soggetti deboli dell’informazione – le cooperative, i giornali politici e di idee – discriminati sul mercato della pubblicità; e per una riforma del finanziamento pubblico che faccia pulizia di espedienti, furbizie e abusi.

Nel frattempo il governo Berlusconi ha cancellato il diritto soggettivo a questo finanziamento – che in pratica oggi viene elargito a capriccio dell’esecutivo (e può variare ogni anno) – e ha drasticamente ridotto le risorse disponibili per il 2011 mettendo a repentaglio da subito molte testate che infatti iniziano a chiudere (come Liberazione, alla cui battaglia per la sopravvivenza noi partecipiamo).

Si tratta di una minaccia grave nei confronti del pluralismo dell’informazione nazionale e locale che introduce un vulnus alla democrazia riconosciuto dallo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Del resto queste cose Antonio Padellaro, che ha diretto per tre anni l’Unità, le conosce bene per aver peraltro sottoscritto autorevolmente molti appelli che questa battaglia e queste ragioni sostenevano. Oggi, a il Fatto, può avere un’altra opinione sul finanziamento pubblico diretto (ma non su quello indiretto, che infatti sta per percepire).

Un buon giornalista, come noi lo reputiamo, avrebbe però l’obbligo di spiegare ai suoi lettori le ragioni di una modificazione così profonda delle sue convinzioni personali. Dovrebbe comunque, coerentemente, sostenere che il mercato editoriale non presenta squilibri e che le cooperative e i piccoli giornali sono messi in grado di competere con i grandi media (che ricevono finanziamenti pubblici) a parità di condizioni. Dovrebbe insomma raccontare una realtà che non c’è. Diffamare il nostro giornale con informazioni sbagliate e senza neanche leggerlo è una scorrettezza e un disonore.

dal manifesto del 12 gennaio 2012