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Il governo rimpasta il nulla

«Zatteranti naufragati in transatlantico, assenteisti naturali, sottosegretari e ministri oblomovisti sono il trittico inverecondo di una maggioranza, che a Montecitorio becca spesso e volentieri, peggio della Lazio con la Roma». Rozza ma efficace, la sintesi di Giancarlo Lehner, deputato Pdl prestato ai «responsabili» descrive bene la situazione nel governo.

Dentro ma soprattutto fuori, perché il rimpasto, la terra promessa che Berlusconi e Verdini avevano reclamizzato prima e dopo la conta del 14 dicembre è ancora un miraggio.

Ieri il premier – accompagnato da Gianni Letta – è salito al Quirinale per porgere a Napolitano la lista dei nominandi. Il desiderio era di approvare subito gli spostamenti dei ministri e di spianare la strada a un decreto legge simile a quello varato per Bertolaso durante l’emergenza rifiuti che allargasse su misura le poltrone dei sottosegretari.

La legge attuale approvata dal centrodestra nel 2009 è precisa: ci possono essere solo 13 ministeri e il governo può essere composto in tutto da 63 membri. Il problema non è il numero: il governo Prodi era arrivato a quota 102. Ma se bisogna aspettare una legge i tempi si allungano.

Incertezze che fanno esplodere l’accozzaglia dei «responsabili». Ieri in 6 non hanno partecipato al voto alla camera sull’«election day».

Più imbufalito di tutti è Saverio Romano, siciliano ex Udc, che da tempo brama di mettere le mani sulla cassaforte dell’Agricoltura. Romano è una macchina da voti: ha preso 110mila preferenze alle ultime europee. Ma sulla sua testa pesa la confessione di una presunta tangente da 100mila euro pagatagli da Massimo Ciancimino.

Nonostante i dubbi del Quirinale per una nomina così chiacchierata, Romano si sente ministro e ha convocato per oggi una conferenza stampa nel bel mezzo delle celebrazioni sull’unità d’Italia.

Le grane per il Cavaliere non finiscono mai: bisogna accontentare Musumeci della Destra storaciana, l’ex tutto Calearo, gli ex finiani. E poi i problemi del Pdl al Nord (Scajola su tutti), quelli al Sud (Miccichè)… Insomma Berlusconi ha portato al Quirinale varie proposte. Ma per il Colle il rimpasto a rate non si può fare. «Berlusconi mi ha prospettato problemi ed esigenze di rafforzamento della compagine governativa», si limita a dire Napolitano. E anche Verdini, vero generale delle operazioni, è categorico: «Il rimpasto si fa quando si arriva a quota 325», cioè quando il governo avrà la maggioranza anche in tutte le commissioni della camera.

A metà aprile i deputati di seconda nomina acquisiranno definitivamente il diritto alla pensione anche in caso di voto anticipato. Per i neo-eletti invece la corsa alla ricandidatura, con tutti questi chiari di luna, si fa in salita. I «responsabili» ex Idv Razzi e Scilipoti schiumano rabbia.

Berlusconi stesso sarebbe disgustato dalle richieste che gli arrivano. Ieri ha perfino telefonato due volte a Repubblica per smentire personalmente le ultime notizie sul bunga bunga. Il governo va avanti ma la maionese rischia di impazzire. Sul Giornale il fidato Sallusti manda messaggi ai soldati in rotta: «serrate le fila».

Per il Cavaliere l’unica nota lieta di giornata è il ritorno nel Pdl della «finiana» Giulia Cosenza dopo la sua rottura sentimentale con l’ex ministro Andrea Ronchi.

Il partito di Berlusconi è a pezzi. E ormai il governo è l’ unico collante che può tenerlo in piedi. Le amministrative possono essere un bagno di sangue se non si trova un appeasement con la Lega e con i vari potentati locali. Il Carroccio, per dire, insiste su un suo candidato a Bologna ma gli ex An puntano tutto su Filippo Berselli. Mentre a Napoli sale la fronda degli ex An contro il candidato confindustriale (e cosentiniano) Gianni Lettieri.

All’ora di cena Berlusconi convoca a palazzo Grazioli l’ufficio di presidenza del partito. Al termine Lettieri è salvo. In alto mare il nodo della provincia di Reggio Calabria. Mentre sul rimpasto il premier si è convinto che vada fatto «in un’unica tranche». Prende tempo insomma.

Anche perché il vero dominus del governo è Giulio Tremonti (attenzionato dal premier davanti ai poliziotti in rivolta e anche dal Giornale di ieri). Il superministro dell’Economia incontra Gianni Alemanno e il maestro Riccardo Muti al Teatro dell’Opera di Roma e d’incanto pare voler ripristinare di 180 milioni i fondi del Fus. «Ho visto, ho sentito e, per quanto è di mia competenza, mi hanno fatto dare la parola», sentenzia Tremonti. Ormai dimissionario, Sandro Bondi apprezza al vetriolo: «Sono lieto e sollevato che il ministro abbia promesso attenzione al sindaco di Roma rispetto ai problemi della cultura». Voilà, improvvisamente il governo trova soldi per tutto: Maroni proprio ieri ha annunciato 79 milioni in arrivo per poliziotti e sicurezza.