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Poltergeist

Il fenomeno webisode: l’ipertrofia della comunicazione

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Di webisode ce ne sono quanti se ne vuole sulla rete, basta cercare il termine su google e spuntano più di 6 milioni di uscite. Anche le serie “ufficiali”, quelle trasmesse in televisione e che continuano a detenere una sorta di primato qualitativo, almeno nella mente del pubblico, rispetto ai webisode, producono degli episodi che sono poi trasmessi solo in rete.

Qual è tuttavia la differenza tra un prodotto amatoriale e uno professionale? Sul web si possono trovare delle serie amatoriali di buon livello, e non intendo quelle che ora viaggiano sulla sottile linea grigia tra l’amatoriale intenzionale e il professionale mascherato (per esempio web series come Drammi Medicali) ma proprio le serie fatte in casa, pensate, girate e montate da un gruppo di amici un sabato sera.

Un caso di amatorialità passata presto a una forma tutta particolare di professionalità è il fenomeno Willwoosh. Guglielmo Scilla ha creato questo suo alter ego nel 2009 facendo sì che il suo canale YouTube, già nel 2011, fosse il più visitato d’Italia. Su Wikipedia si legge che Scilla è conduttore radiofonico, attore, scrittore e videoblogger, ed è effettivamente, con i suoi soli venticinque anni, tutte queste cose.

La caratteristica che distingue maggiormente l’opera di Scilla da quella di altri videoblogger è la sua posizione di spettatore della propria opera – se non della vita stessa. Guglielmo, che è più intelligente e più sottile nel ragionamento di quanto non tema di apparire in video, insiste su due concetti fondamentali: quello dell’incoscienza professionale e quello della fortuna. Alla domanda su cosa abbia fatto dei suoi video un fenomeno mediatico più di qualsiasi altro videoblog, risponde, senza ombra di falsa modestia, che è stato tutto un caso fortunato e che lui non aveva idea in principio, come non ne ha ora, di cosa sarà di sé e di Willwoosh in futuro.

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Il futuro – che lui descrive come una disillusione in potenza, è lo spauracchio e al tempo stesso il motore che spinge Scilla a creare i suoi webisode. Guglielmo sostiene che la sua generazione guarda film (ma anche telefilm e video blog) “per anestetizzarsi contro i propri fallimenti”. Su un qualsiasi schermo, cioè, la storia raccontata propone un successo impossibile o non attuato nella vita dello spettatore e lui stesso che non sapeva cosa fare da grande, ha cominciato a girare dei video per divertirsi e allontanare la paura della disillusione che percepiva come inevitabile. I ventenni come lui si sentono già vecchi, più vecchi di quanto non fossero da ragazzi, cioè, e provano per questo una nostalgia precoce e poco comprensibile nei confronti della loro “vera” giovinezza, collocabile probabilmente, intorno all’età in cui invece dei telefilm si guardavano i cartoni animati. E’ forse per questo che il videoblog di Willwoosh ricorda molto un cartone animato in serie. I colori accesi, il modo fumettistico di raccontare le cose e l’umorismo pieno di un’ironia diretta, più che letterale, ne fanno un cartone animato in carne e ossa.

Tutti gli episodi sono autoreferenziali e cominciano e finiscono con il definire la posizione dell’io narrante rispetto alla questione narrata.

E’ tutta una questione di controllo, insomma, e di comunicazione. Così come lui è il primo e più importante spettatore della sua opera, la seconda cosa più importante nel suo lavoro sono gli altri spettatori. Guglielmo parla dei commenti lasciati sul suo canale YouTube e delle critiche di professionisti del settore come se avessero lo stesso valore e lo stesso peso e come se fossero le uniche cose che gli danno la forza per andare avanti o che hanno il potere di paralizzarlo. Scilla non analizza mai un suo lavoro cercando di capire cosa ci sia in esso di buono e nemmeno cosa determini il suo maggiore o minore successo rispetto a un altro, ha una sincera paura di essere profondo, o meglio, della coscienza di esserlo e rimanerne, dunque, influenzati. Nel momento in cui si dovesse soffermare sulla qualità della sua opera, sente che arriverà alla paralisi. Fintanto che è tutto un gioco, è tutto casuale, il fallimento si allontana all’orizzonte, scavalca il temuto futuro,

Il suo metodo di lavoro è simile, dice, a quello della commedia dell’arte – esiste un canovaccio responsabile più o meno del 50% dell’opera e un altro 50% che viene dall’improvvisazione. E’ naturale che sia così per un autore tanto straordinariamente spaventato dalla forma e concentrato nel contenuto. Il contenuto, che nasce d’improvviso come idea in nuce, viene parzialmente sviluppato per un suo irresistibile bisogno a comunicarla, “a non dover aspettare che si metta su il palco, che si faccia la prova microfono e si aggiustino le luci”: sente la necessità di comunicare tutto e subito. All’inizio faceva tutto da solo, “nascosto come un nerd nella mia camera e guardavo a YouTube come a Facebook, cioè come un mezzo di comunicazione diretto.” Ora dietro alla videocamera c’è il fratello, ma non si fa affiancare da professionisti, “perché voglio che sia tutto molto casereccio.” Casereccio come sinonimo di libertà e di mancanza di mediazione tra il bisogno e la sua attuazione.

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Accanto a Willwoosh e ai suoi 500mila fan su facebook, ci sono alcune serie che sono diventate dei piccoli fenomeni di culto, come Un amico per amico, la serie di Bruno Valente, Lucio Lepri e Simone Bonacci. E’ un’esilarante insieme di scenette quotidiane i cui protagonisti, due amici tanto simili alla maggioranza dei cosiddetti giovani d’oggi (disoccupati, dediti al fumo di marijuana e con una relazione di dipendenza irrisolta con i genitori, specie la mamma) vivono microavventure come la rottura del televisore con il conseguente dramma di non poter seguire le loro serie televisive preferite.

Siamo lontanissimi da una conscia elaborazione di metatesto, in qualsiasi sua forma: le scenette, piuttosto, hanno un andamento scanzonato, anti-intellettualistico. Chiaramente girati alla buona, ma tutt’altro che sciatti, sono fatti d’istinto, non seguono una progressione logica né si preoccupano troppo di avere temi e personaggi ricorrenti. Il meglio della produzione dei tre amici, infatti, sta nelle pillole o nelle pubblicità (indimenticabile quella delle scarpe). Alcuni episodi sono reperibili su Flop Tv ma è scavando nei meandri di YouTube che si trova il meglio della loro produzione che, coerentemente con il loro atteggiamento leggermente sciancato nei confronti della vita, non è raccolta in un luogo solo, ma è dispersa per l’etere: l’apoteosi del webisode, si direbbe. I tre amici non si possono definire video blogger di professione: fanno tutti cose diverse e tra loro molto eterogenee. Bruno Valente, per esempio, è un batterista che ha lavorato per molti anni con i Verderame e ora suona in altri gruppi. Dopo aver fatto l’Università della Musica, ha anche studiato il metodo Strasberg e ha recitato in qualche film.

Simone Bonacci è un professionista della ricerca di sé e ha compiuto un percorso filosofico di indagine personale che lo ha portato dalla Thailandia all’Africa per scoprirsi. Lucio Lepri è un regista e sceneggiatore schivo che vive lontano dai centri di produzione cinematografica.

Il successo non ha avuto un gran significato nelle loro vite e si dedicano con la stessa passione a un viaggio, un lavoro di cinema o a una cena tra amici.

Mentre, dunque, il grottesco trio di Un amico per amico è consapevolmente superficiale per gioco, Willwoosh lo è in modo professionale e si rifiuta, anzi, di avere qualsiasi tipo di consapevolezza, preferendo lasciarsi vivere e scoprire a mano a mano cosa accadrà in futuro, così come lascia che le sue opere si compiano, in un certo senso, da sole.  I webisode sono, si può dire, non delle vere e proprie opere ma, programmaticamente, una sorta di ipertrofia della volontà di comunicazione.