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Il federalismo fallisce prima di cominciare

Sul federalismo fiscale l’aritmetica è un’opinione. La «bicameralina» valuta gli emendamenti al testo Calderoli come un continuo, inafferrabile, work in progress. Si naviga a vista, su una riforma «liquida», scritta sull’acqua del compromesso politico. Pur di farla passare si chiedono e si promettono miliardi come noccioline.

Si riscrivono regole istituzionali fondamentali. Si scambia l’Iva con l’Irpef. Gli inquilini coi proprietari. Tanto chi lo sa da qui al 2014 cosa può succedere.

Federalismo è tutto e niente. E’ un vessillo elettorale. Una rendita politica.

A palazzo San Macuto va in onda l’ultimo suk targato Calderoli. Oggi all’ora di pranzo ci sarà il voto decisivo. E se la notte non avrà portato Tremonti a più miti consigli, a meno di stampare moneta fasulla il voto nella «bicameralina» si risolverà nel fatidico pareggio. Lega e Pdl incassano ancora una volta il sì della Svp grazie a una clausola speciale.

In Alto Adige i trasferimenti ai comuni non saranno diretti ma «transiteranno» attraverso la provincia autonoma. La «marca» di confine guidata dal 1989 dal ras Durnwalder è salva: più leghisti della Lega. Il governo a questo punto ha la certezza di avere tutti i suoi 15 voti.

Acque più tormentate invece nell’opposizione. Crocevia di ogni tormento anche in questo caso i finiani. Barbareschi docet. Per ingraziarsi il voto decisivo di Mario Baldassarri (Fli), Calderoli l’ha convocato ieri mattina perfino a palazzo Grazioli, a colloquio diretto con Silvio Berlusconi.

Il presidente del consiglio promette tutto ciò che vuole al senatore finiano. Peccato che poi il vertice del pomeriggio tra il Cavaliere e Tremonti abbia riportato le promesse al punto di partenza. Parole di carta.

Baldassari aveva anche provato a «vedere» le carte del governo, astenendosi nel pomeriggio sul primo emendamento del Pd votato in commissione e contribuendo alla sua bocciatura. La prova del nove è arrivata poche ore dopo, verso le 20, quando la commissione ha respinto sia il suo emendamento sul fondo di sostegno agli inquilini (costo 1 miliardo), sia la riformulazione concessa da Calderoli. Risultato: 15 a 15. Pari e bocciati entrambi. Il muro contro muro resta intatto. Come del resto avevano deciso – quasi a malincuore – Pd, Idv e «terzo polo» in una riunione pomeridiana. A fine giornata Baldassarri registra il bluff leghista. «Fate voi i conti – dice ai giornalisti – restano gli squilibri iniziali che avevamo denunciato e non è un provvedimento pienamente di federalismo municipale».

Nel decreto Calderoli dunque restano la cedolare sugli affitti che premia i proprietari, la nuova Imu sugli immobili che in pratica reintroduce l’Ici (non sulla prima casa), l’aumento delle addizionali Irpef, la tassa di soggiorno sui turisti e la possibilità di una tassa di scopo. Tutte misure che si possono tradurre in un altro aumento delle tasse. La Uil è arrivata a calcolare quasi 800 euro in più per gli abitanti delle grandi città. Solo che invece che pagarle al Tesoro arriveranno ai primi cittadini in un bailamme di procedimenti statali tutti da verificare nella loro «tecnicalità».

Berlusconi al Tg1 si limita a negare l’evidenza: non ci saranno nuove tasse e si recupererà l’evasione fiscale. Tanto la gente che ne capisce di perequazione, addizionali, quote di riequilibrio, servizi «essenziali» e «non essenziali».

La riforma può dirsi fallita. E’ rumoroso come non mai, non a caso, il totale silenzio del Carroccio dopo questa giornata campale e la probabile bocciatura di oggi. La gioiosa macchina da guerra leghista è finita vittima delle sue macchinazioni e ha fallito anche questa legislatura come tutte le precedenti. Restano però alte le bandiere.

Se pareggio sarà, il Pdl spera di convincere i leghisti che si può andare avanti lo stesso portando il decreto in aula. Ma quale, quello originario del 4 agosto o quello di gennaio accettato dai comuni? Una sola cosa è certa: i tempi si allungano a dismisura.

E questo potrebbe voler dire, per la Lega, staccare la spina ora e rivendersi «Roma ladrona» ai «padani» prima che sia troppo tardi. E’ la «transizione italiana», bellezza.
Sergio Chiamparino, sindaco Pd in uscita da Torino, sgomita sugli spalti. Dopo il sì a Marchionne, i voti padani sono una preda ghiotta per chi ha ambizioni nazionali. E così l’unico a «lanciare la palla in avanti» è lui. Sfida il governo «federalista» a tagliare le tasse centrali dopo aver alzato quelle locali, altrimenti «le cose vanno a sommarsi, con risultati che sono facilmente immaginabili». E negoziare l’inverso no, eh?

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 3 febbraio 2011