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Islamismo

Il dramma dei profughi somali

Un’enclave in via dei Villini, un quartiere borghese di Roma, all’interno del giardino nella villa che fu sede dell’ambasciata somala in Italia, ormai fatiscente, vivono circa 150 profughi in condizioni drammatiche. Sono giovani fuggiti alla guerra civile che imperversa nel loro paese, abbandonato precipitosamente dalle forze militari internazionali nel 1994 dopo il fallimentare intervento chiamato Restore hope, che non avrebbe lasciato nessuna speranza alla Somalia diventata terra di conquista dei gruppi di al Qaeda.
Questi ragazzi, che hanno ottenuto il permesso di soggiorno umanitario, sono abbandonati a se stessi. Spesso è stata la questura, che ha dato loro i documenti, a fornire questo indirizzo. Speravano di trovare un alloggio e invece era una casa abbandonata senza elettricità, acqua, servizi, docce, dove sono costretti a dormire su materassi abitati da colonie di topi, tra l’immondizia che favorisce il diffondersi malattie infettive.
Succede nel centro di Roma senza che nessuna istituzione si sia mai fatta carico delle esigenze di questi giovani che sono fuggiti alla guerra con la speranza di trovare in Italia con la pace anche la possibilità di studiare e lavorare. Hanno attraversato deserti, con tutti i mezzi, prima di arrivare in Libia e imbarcarsi per Lampedusa, da dove sono stati smistati in vari centri per il riconoscimento. La provenienza da un paese in guerra garantisce loro, in base all’accordo di Dublino, la possibilità di ottenere lo status di profugo e un soggiorno umanitario rinnovabile ogni tre anni. Il riconoscimento deve però avvenire nel primo paese dove i profughi mettono piede e dove prendono loro le impronte digitali. Insieme allo status di profugo dovrebbero essere garantite assistenza e possibilità di integrazione, ma questo in Italia non avviene.
E allora molti di loro hanno tentato un’altra strada: sono andati in Svizzera o nel nord Europa dove c’è maggiore assistenza per i profughi ma sono stati mandati indietro, a causa delle impronte digitali.
«Vorrei tagliarmi le mani, per togliermi queste impronte», diceva ieri uno dei ragazzi dell’ambasciata. I suoi genitori avevano venduto terreni per potergli dare la possibilità di venire in Italia a studiare, ma i soldi gli sono serviti per il viaggio e per gli scafisti e ora non ha possibilità né di studiare né di lavorare e le sue impronte lo legano indissolubilmente all’Italia.
Una quindicina di giorni fa la polizia aveva fatto irruzione in via dei Villini numero 9 pensando di sgombrare i ragazzi che vivono nell’edificio degradato e che l’«ambasciatore» somalo rivendica, ma li hanno trovati con tutti i documenti in regola, che ci mostrano estraendoli da buste di plastica. Forse le nostre autorità pensavano di disfarsi del problema con l’espulsione, invece di dotarsi degli strumenti per adempiere agli accordi internazionali.
Ieri, finalmente, i somali invisibili hanno riacquistato una loro visibilità di fronte alle numerose telecamere richiamate da una conferenza stampa indetta da diverse organizzazioni: A buon diritto, Migrare, Fnsi, Articolo 21, Forum nazionale sulle migrazioni, Acnur e Cir. Sono intervenuti anche politici come il presidente del III municipio Mario Marcucci, chiamato direttamente in causa e che si è preso la responsabilità di incalzare le istituzioni cittadine. Vincenzo Vita, intervenuto a nome del Pd e di Articolo 21, si è impegnato a ripresentare, con la procedura di urgenza, una legge che giace in parlamento dal 2007 per far sì che allo status di rifugiato corrispondano dei servizi adeguati.
L’emergenza umanitaria costituita dalle condizioni in cui sopravvivono i 150 somali nell’ex ambasciata – solo una parte di quei 1.700 che vivono in insediamenti informali a Roma – è stata illustrata da Luigi Manconi di A buon diritto, Shukri Said di Migrare e altri. Mentre sotto il portico della palazzina si svolgeva la conferenza stampa, all’esterno con un’unità medica mobile gli operatori di Medu (Medici per i diritti umani, che da qualche tempo assistono i profughi somali) continuavano le loro visite. Perché ai profughi non è garantita nemmeno l’assistenza sanitaria. Ieri peraltro mancava Ibrahim, che avevamo incontrato nella nostra precedente visita all’ambasciata, nel frattempo è stato ricoverato al Policlinico, si teme abbia la tubercolosi.

  • alvise

    Le considerazioni della sig.ra Giuliana partono da un assunto non che nè lei ne nessun altro ha ancora dimostrato: verificare l’attendibilità della condizione di profugo.
    Qualora poi risultasse per qualcuno che non è meritata, tutti criticheremmo il Governo e lo Stato per la sua incompetenza.

    Avrei io però una domanda per la sig.ra Giuliana : esite a suo avviso un limite fisico al numero di persone che il nostro territorio può sopportare o il “diritto” a stabilirsi in Italia vale indistintamente e senza condizioni per qualunque abitante della Terra ?

  • Valter Di Nunzio

    @ giuliana. La cosa tragicomica è proprio che la Questura pensava di trovare dei clandestini. Invece avrebbero potuto consultare il loro computer e apprendere che quasi tutti i cittadini somali in Italia hanno almeno la protezione umanitaria quando non lo status di rifugiato.
    Il vero “nodo” della questione non è via Villini, ma l’accordo di Dublino che consente alle Polizie del Nord Europa di deportare (è il termine usato nei documenti) queste persone in Italia, appena li rintracciano sul loro territorio (alcuni Paesi erogano anche due o più mesi di carcere a fini dissuasivi).
    L’altro serissimo problema, lo dico con dolore, è l’atteggiamento di questi miei fratelli che una volta preso il Soggiorno, continuano a vagare fra una Caritas (utile), uno SPRAR (dannosi) e consimili istituzioni di altri Paesi europei,invece di costruirsi una vita come fanno tutti gli altri immigrati, che invece devono lottare degli anni per conquistare quel pezzo di carta che loro hanno dal loro primo giorno in Europa. Bisognerebbe fare qualcosa ma credo che non sia una questione di assistenza, che peraltro è seria solo a livello di prima accoglienza (i CARA), mentre tutte quelle scemenze come ex PNA, SPRAR gestito da ARCi e Comuni si farebbe meglio a chiudele. Un cambiamento di rotta può venire solo dai somali stessi, da una seria e non vittimistica presa di coscienza della realtà in cui si trovano.

  • giuliana

    a alvise, l’Italia ha firmato delle convenzioni internazionali che dovrebbe rispettare, come il riconoscimento di status di profugo a chi fugge dalla guerra o da una persecuzione personale. Conoscendo la Somalia, dove l’Italia è stata potenza colonizzatrice e poi responsabile, insieme ad altri paesi, nel 1992 di un intervento militare disastroso, ha il dovere di accogliere questi profughi e dovrebbe garantire loro un’assistenza adeguata come altri paesi, soprattutto nel nord Europa. Inoltre non possiamo arrogarci il diritto di intervenire militarmente ovunque e poi invece respingere le vittime degli interventi militari e dello sfruttamento economico di continenti interi. In alcuni casi non c’è dubbio che queste persone hanno il diritto allo status di profugo in altri dobbiamo fare i conti con migrazioni causate da situazioni economiche le stesse che avevano spinto molti italiani nei decenni scorsi ad attraversare l’oceano o a spostarsi nel nord Europa. Per fortuna non sono stati respinti anche se non hanno avuto vita facile. Ma il nostro è un paese che ha la memoria troppo corta….

  • giuliana

    a di nunzio, a parte il fatto che i profughi non hanno il permesso di lavorare, il lavoro glielo procura lei?
    giuliana

  • Valter Di Nunzio

    @ giuliana. Il mio commento non viene dalla Luna ma dall’esperienza e dalla conoscenza diretta delle persone e dei fatti di cui parlo. I rifugiati hanno, come tutti gli immigrati, il diritto di lavorare in Italia. Anche coloro che sono ancora richiedenti ricevono un Permesso valido per attività lavorativa. Quest’ultimo è stato un progresso avutosi nel 2005 col recepimento (tardivo) da parte dell’Italia di una direttiva dell’UE, che portò anche all’abolizione della Commissione Nazionale e all’istituzione delle Commissioni provinciale per la Protezione Internazionale. Il diritto che i miei fratelli della Somalia non hanno, come purtroppo tutti gli altri, è trasferirsi in altri Paesi dell’Unione con migliori condizioni lavorative, in base al famigerato Accordo di Dublino, che però nessuno, pilatescamente, accenna a modificare.
    Vorrei poter cercare lavoro per tutti questi fratelli ma purtroppo il ministro del lavoro si chiama Sacconi e non Sulayman. Però qualche segnale positivo c’è: nella mia città una ragazza della Somalia (di quelle con hijab in testa che preoccupano Alvise), dopo aver fatto per 4 anni brillantemente la colf, aprirà un centro informatico per supportare le donne immigrate (“persino” quelle non musulmane) a migliorare la loro posizione lavorativa. Peraltro, avendo esperito tutta la pratica del ricongiungimento familiare, vorrebbe portare in Italia sua mamma e suo marito. Ma l’Ambasciata italiana di Nairobi sembra essere in mano a dei corrotti e dei ladri che pretendono un sacco si soldi per rilasciare il visto. Tu sei una bravissima giornalista, puoi cercare di fare qualcosa?

  • alvise

    @ sig.ra Giuliana
    glielo chiedo solo per curiosità: vorrei sapere la data dell’accordo internazionale che lei mi cita.
    Se è stato firmato quando ancora c’era la guerra fredda, non crede che fosse stato pensato per profughi dall’Est Europa e non per gli attuali.
    Se così fosse, forse andrebbe rivisto, proprio perchè altrimenti dovremmo riconoscere di fatto un “diritto” a gran parte della popolazione del continente africano.

    Quanto alle responsabilità italiane per l’ex colonia , mi permetto pensare che per anni , a partire dal dopoguerra “abbiamo dato”.
    Sarebbe forse ora che qualcuno facesse la somma degli aiuti che a vari livelli e in varie forme sono stati finora concessi.
    Probabilmente risulterebbe che i somali hanno incassato in proporzione più di quanto non abbiano avuti i libici.

    Francamente non avverto più la responsabilità, che lei invece sente.

  • Ahmed

    Gentile Giuliana, non vorrei deragliare il suo interessante articolo. Vorrei solo ricordare che il 9 Gennaio vi sara’ un referendum cruciale per il popolo del South Sudan, oppresso da secoli di dominazione del nord islamico. Non oso pensare alle conseguenze sul campo, qualora accadesse che il risultato non fosse gradito a Karthoum.

  • Francesco Manzella

    Il periodo che stiamo vivendo è pieno di insidie per tutti, ed è proprio in questi momenti che problemi oggettivi come quello proposto da lei Sig.ra Giuliana denotano la mancanza di lungimiranza, la cecità dei governi italiani indistintamente dal colore politico succedutisi alla guida del ns. Paese.
    Per quanto concerne l’immigrazione essa è ridotta a semplice elargizione di diritti a cui non fanno da contrappeso nessun dovere e alla mancanze di regole e valori condivisi con la stragrande maggioranza degli immigrati.
    Sappiamo tutti quanto sia difficile svolgere una vita dignitosa sopratutto da parte di chi non parte con le stesse opportunità degli altri, ma il problema come ho detto sta a monte e non a valle dove tutti siamo bravi a contare il numero di chi non c’è l’ha fatta, e, a discernere sul fatto che bisognava fare così al posto di, ecc…
    Purtroppo il mondo in cui viviamo non è quello in cui tutti vorremmo essere degno della favola di Alice nel Paese delle meraviglie, perciò se non riusciamo a destarci da questo melenso e soporifero buonismo saremo costretti sempre più a raccontare storie simili a queste.
    Lancio una provocazione, perchè non tentare di risolvere i problemi nei luoghi d’origine di questi esseri umani costretti inconsciamente ad alimentare un traffico illecito che rende più del traffico di armi droga e rifiuti?

    Francesco Manzella
    Villa Vicentina (UD)

  • Valter Di Nunzio

    @Francesco Manzella. Mi riferisco alla Sua definizione “… l’immigrazione è ridotta a semplice elargizione di diritti”, mi sto chiedendo quali, sa perché? Ho a fianco a me, mentre leggo questa sua, un signore del Niger che sta in Italia dal 2002 e che ha svolto una lunga serie di lavori nel nostro Paese, tutti rigorosamente in “nero”, senza mai riuscire a prendere un permesso regolare (cosa che spero gli riesca col Decreto flussi in corso). Si tratta di una persona laureata in Economia e commercio che non ha avuto nè ha alcun problema a fare il bracciante, il guardiano, la pubblicità porta a porta, il badante etc. pur parlando tre lingue straniere, l’italiano e la sua lingua madre. Mi piacerebbe sapere da Lei, quale elargizione di diritti ha ricevuto dall’Italia? Le assicuro che il suo caso non è affatto estremo o sporadico.