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Lo scienziato borderline

Il doctòr Ramòn, suppongo: incontro con il Che.

Fonte: Erik Ravelo / Fabrica

Fonte: Erik Ravelo / Fabrica

La sorpresa è stata come un pugno allo stomaco, ed è quasi difficile da raccontare.

Domenica scorsa, a Bologna, c’è stata una festa multietnica in quel quartiere-pancia dove si trova la Trattoria da Vito. Proprio quella dove, ai bei tempi, si trovavano per suonare insieme – alla buona – Guccini, Dalla, Vecchioni e gli altri.

La presenza alla festa, anzi il ritorno, di Francesco Guccini – ritiratosi dai concerti da un po’ – è stata la molla principale che mi ha spinto, di domenica mattina, a “fare un salto” all’evento, anche se si trattava di un salto un poco lungo, partendo da Torino. Bene ho fatto, ma non immaginavo perché, né quanto.

C’è molto movimento e tanta gente,  nella via della festa, quando ci arrivo. Ma pare tutto normale, usuale allegria “di sinistra”. Ma il mio amico Roberto Morgantini, che mi aveva invitato, sembra molto agitato. Quasi scosso. Ha gli occhietti che brillano, mi abbraccia molto forte: “Massimo, hai proprio fatto bene a venire. E mi raccomando, non andartene, che forse questo giorno non lo dimenticherai per parecchio“. E mi sparisce da sotto gli occhi, lasciandomi un po’ curioso, ma immediatamente contagiato dalla gioia pura che irradiava da lui e da quegli altri pochi compagni che evidentemente sapevano.

Con Roberto Morgantini

Con Roberto Morgantini

Dopo il pranzo – nel secondo pomeriggio – mi illudo di aver capito il motivo di tanta eccitazione. Spunta da in mezzo a una folla, nel bel casino dello street party, la barba di Gino Strada. Ecco spiegata la ragione di tanta strana agitazione da parte di Roberto, Luisa e gli altri compagni? Certo, mi sembrava una motivazione più che sufficiente: Gino non era per niente annunciato né previsto all’evento: averlo con noi, una bellissima sorpresa.

Ma mi rendo conto di sbagliarmi: anche Gino, dopo i saluti, ha gli stessi occhi eccitati di Roberto, anche se più divertiti e sornioni. Anche lui, dopo aver accettato pazientemente una foto assieme, mi dice: avrai modo, se c’abbiamo culo, di far ben altre foto, stasera, professore. Lo vedo che è allegro: mi fa pensare, mai visto così, pensavo che fosse ormai incapace di sorridere così, dopo quanto aveva visto in tutti questi anni.

C’è qualcos’altro, allora. Qualcosa di più grosso della presenza a sorpresa anche di un grande come lui. A questo punto, non ci capisco più niente, ma evito di far domande e mi dico stiamo a vedere.

Con Gino Strada

Con Gino Strada

Le sorprese non finiscono, e stavolta si tratta di una sorpresa poco piacevole. Al contrario, proprio al contrario, dello stile di Roberto e gli altri compagni, e di Bologna in generale, riuscire a entrare in  trattoria Da Vito dove dovrebbe suonare Luca Carboni  sembra impossibile. Alla porta ci sono quattro compagni-cerberi che lasciano entrare solo pochissima gente. Sarà forse per la presenza di Guccini, oppure di Gino Strada? A me, fortuna, lasciano entrare senza fiatare.

Entro. Nessun suono di musica dall’interno.

C’è una tavolata abbastanza lunga, ottenuta unendo tre-quattro tavoli del locale, e Strada è a capotavola. Per il momento non lo bado molto, cerco di capire se da perfetto sconosciuto riesco a sedermi anch’io nel gruppo, poi il mio occhio cade sul Maestrone di Pàvana, il Guccio maestosamente assiso in un posto a mezza tavola, addossato al muro. C’è una chitarra, promettente, appoggiata vicino a lui. Mezzo impacciato – ma deciso a non perdermi l’occasione – mi avvicino e chiedo a Roberto di farmelo salutare. Mi aspetto una reazione algidamente cortese davanti alla mia stretta di mano e alla usuale entusiastica esternazione fan su quanto Guccini sia stato importante con le sue canzoni nella mia vita. Invece, anche questo qui, ride, mentre mi risponde: sì, io sarò pur ben importante, ma guarda – e fa cenno con gli occhi dalla parte di Gino – che in confronto a quello là io son proprio nessuno.

Mi viene istintivo allora voltarmi. Gino Strada sta parlando con un tizio, seduto alla sua sinistra, che siede con le spalle rivolte alla sala, non si vede il viso, che guarda verso il muro e verso la Luisa Morgantini che ce l’ha seduto davanti. Un vecchio, lo si capisce dai capelli completamente bianchi e dalle spalle un po’ curve, anche se ancora larghe. Si vede la mano destra appoggiata al tavolo, ed è una mano di un uomo anziano, nodosa.

Gino sta parlandogli. Roberto, che ha fatto per prendermi sottobraccio e portarmi loro vicino, si ferma un attimo come per non disturbare, e restiamo lì a pochi metri, come in attesa, e ascoltiamo.

Parlano dell’ospedale di Emergency in Sudan, discutono fitto di malattie infettive che rischiano di portarsi via anche i piccoli pazienti di cardiochirurgia: pare che addirittura Gino lo ringrazi per quello che ha fatto negli anni precedenti, ed è chiaro che sta parlando a un collega, un medico come lui. Sembra un discorso così serio, e il Gino è addirittura, caso strano,  deferente: dice che potrà continuare a star con loro fin che vorrà, e nessuno gli darà fastidio, né conoscerà la sua vera identità. Sei un buon medico, Ramòn, dice, e l’altro ride: e la risata sembra l’infrangersi sulle rocce di una cascata di acqua molto pura.

Poi il parlare cessa. Roberto ed io ci avviciniamo. Il signore anziano si volta, ed il suo sguardo è una trafittura. Massimo, saluta il doctòr Ramòn Benitez Fernandez, dice il Morgantini con voce meno sicura del solito, mentre quello a capotavola mi guarda attento, per capire se capisco.

La stretta è forte, nonostante l’uomo sia anziano. Mentre tutto si fa abbastanza nebbioso, e i visi di quelli intorno spariscono, sento me stesso dire: per essere una mano recisa di netto da quasi cinquant’anni, ha una bella stretta, dottore.

Lui ride. Dice qualcosa con voce chiara, ma non saprei ripeterlo: sono in quel terreno dello spirito in cui gioia e sofferenza diventano una cosa sola.

Immagine di Erik Ravelo / Fabrica

Immagine originale di Erik Ravelo / Fabrica

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NotaSebbene i personaggi – a parte il doctòr Ramòn – siano reali, come pure i luoghi, quanto raccontato è, come ognun avrà capito, immaginario. Le foto con Roberto e Gino sono vere, ma sono del 2011. La festa multietnica a Bologna c’è stata davvero domenica scorsa, ma Gino non c’era. Ramòn Benitez Fernandez è una delle false identità che il Che ha usato durante la fase finale della sua attività rivoluzionaria. L’immagine di apertura e chiusura è un bel lavoro artistico di Erik Ravelo / Fabrica.
Ripubblicato in occasione del quarantottesimo anniversario della scomparsa di Ernesto Che Guevara.

Da qualche parte un giorno

dove non si saprà

dove non lo aspettate

il Che ritornerà

(F.G.)

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