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Quinto Stato

Il disastro al Sud, la nostra Grecia

Il rapporto Svimez 2015 sull’economia racconta lo tsunami che ha travolto il Mezzogiorno in sette anni della crisi (2008-2014): è cresciuto meno del paese di Tsipras devastato dalla Troika. Viaggio nel paese sotterraneo dove i poveri sono più poveri, le donne e i giovani precari i più colpiti dalle disuguaglianze prodotte dall’iniqua Eurozona. Quando Krugman iniziò a parlare di «mezzogiornificazione» d’Europa. Oggi questa realtà viene descritta persino dalla Bce

fabbrica greca disoccupata

Il tempo si è fermato. Interno di una fabbrica greca. Foto La Presse

Il Sud, la nostra Grecia. Al settimo anno di crisi – sostiene un’anticipazione del rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2015 presentata ieri a Roma – l’emergenza conclamata oggi è un disastro accertato. Il crollo della domanda interna, dei consumi e degli investimenti produrranno uno stravolgimento demografico imprevedibile che amplificherà la desertificazione industriale e alla civile.

Come in guerra

Per il settimo anno consecutivo. 2008-2014, il Pil del Mezzogiorno è negativo (1,3%, nel 2013 era -2,7%), cresce il divario rispetto al Centro-Nord (-0,2%). La mappa di questo immane slittamento è così composta: tra il 2008 e il 2014, la crisi ha prodotto le perdite più pesanti in Molise (-22,8%), Basilicata (-16,3%), Campania (-14,4%), Sicilia (13,7%), Puglia (-12,6%). Considerato il primo quindicennio dell’unione monetaria 2001-2014, quella che avrebbe dovuto creare una «convergenza» tra il Nord e il Sud dell’Europa, lo Svimez conclude che il Sud Italia sta molto peggio della Grecia. Lo si vede dal tasso di crescita cumulato: la Grecia ha registrato un calo dell’1,% (conta qui la «crescita» prima dei vari «memorandum»), mentre il Sud affonda con il -9,4% e il Centro-Nord registra ancora un segno positivo con l’1,5%. Questa divaricazione geo-economica pesa sulla percentuale del Pil nazionale che ha registrato un meno 1,1%. È il ritratto di un paese diviso all’interno di un continente spaccato sia dal punto di vista economico che da quello sociale. E le distanze continueranno ad aumentare a causa delle politiche di austerità che producono recessione e disoccupazione.

Mappe della povertà

Una persona su tre a Sud è a rischio povertà, mentre a Nord lo è una su dieci. Dal 2011 al 2014, sostiene lo Svimez, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390 mila nuclei. A Sud c’è stata un’impennata del 37,8%, ma i numeri sono impietosi anche al Centro-nord: il 34,4%. La regione italiana dove più forte è il rischio povertà è la Sicilia con il 41,8%, seguita a ruota dalla Campania (37,7%). In questa selva di numeri e percentuali un elemento è certo: in concreto, essere poveri significa oggi guadagnare meno di 12 mila euro all’anno. In questa condizione si trova il 62% della popolazione meridionale, contro il 28,5% del Centro-Nord. Dramma in Campania dove questo numero aumenta ancora al 66%.

Lo Svimez calcola solo il numero dei poveri che non lavorano, non quello dei cosiddetti working poors che rappresentano un’altra faccia della crisi che stiamo vivendo. Tra il 2008 e il 2014 l’occupazione nel Mezzogiorno è crollata del 9%, a fronte del meno 1,4% del Centro-Nord, oltre sei volte in più. Delle 811 mila persone che in Italia hanno perso un posto di lavoro, e difficilmente lo ritroveranno se e quando finirà la crisi, ben 576 mila vivono tra Abruzzo e le Isole. Pur essendo presente solo il 26% della popolazione attiva, a Sud si concentra dunque il 70% delle perdite prodotte dalla crisi. Gli occupati sono tornati a 5,8 milioni. L’impatto psicologico, e non solo sociale, è stato immenso.
Lo Svimez riprende i dati dell’Istat secondo la quale viviamo al livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’istituto nazionale di statistica. Tra il primo trimestre 2014 e quello del 2015 è arrivato un riflesso di miglioramento: gli occupati sono saliti nel paese di 133 mila unità, 47 mila vivono al Sud e 86 nel Centro-Nord. Segnali festeggiati a suo modo come il segnale della “ripresa” dal governo che non considera il calo delle persone in cerca di occupazione. Nel primo trimestre 2015, calcola lo Svimez, sono scese a 3 milioni 302 unità, 145 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2014.

Desertificazione industriale

I soggetti più colpiti sono le donne e i giovani under 34. Quanto alle prime, nel 2014 a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 51% nell’Ue a 28, il Mezzogiorno era fermo al 20,8%tra le 35enni e le 64enni. Ancora peggio per le giovani donne con un’età compresa tra i 15 e i 34 anni: solo una su 5 ha un lavoro. E quando si parla di lavoro, si parla nella maggioranza dei casi di precariato. Questa frattura tra le generazioni, e i sessi, si allarga nella trasformazione della composizione del mercato del lavoro che penalizza chi ha meno di 34 anni, e in particolare i giovani tra i 15 e i 24 anni, mentre gli over 55 strappano qualche posto di lavoro in più. 622 mila under 34 hanno perso un posto di lavoro tra il 2008 e il 2014, mentre gli over 55 ne hanno guadagnati 239 mila. Se a livello nazionale nel 2014 il tasso di disoccupazione era del 12,7%, al Sud questa percentuale arrivava al 20,5% mentre al Centro-Nord era al 9,5%.

Questa situazione è il prodotto di una «desertificazione industriale» – così la definisce lo Svimez – che ha visto crollare il valore aggiunto del settore manifatturiero del 16,7% in Italia, contro il 3,9% dell’Eurozona. A pesare è sempre il Sud che ha perso il 34,8% della produttività in questo settore e ha più che dimezzato gli investimenti. In questo caso il crollo è totale: meno 59,3%. La crisi è profonda anche al Centro-Nord dove la perdita è stata però meno della metà del prodotto manifatturiero (-13,7) e circa un terzo degli investimenti (-17%).

Tsunami demografico

Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità è arrivato a 1,31 figli per donna, ben distanti dai 2,1 necessari a garantire la stabilità demografica e inferiore comunque all’1,43 del Centro-Nord. Questa condizione riguarda anche i cittadini stranieri nel Centro-Nord. Il Sud è destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%. Una previsione sostanziata dai dati della migrazione interna e infra-europea. Dal 2001 al 2014 sono migrate dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord oltre 1,6 milioni di persone, rientrate 923 mila, con un saldo migratorio netto di 744 mila persone, di cui 526 mila under 34 e 205 mila laureati.

Sottosviluppo permanente

Questa desertificazione è dovuta «all’assenza di risorse umane, imprenditoriali, finanziarie che potrebbero impedire di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente». Si parla di denutrizione, mancati acquisti di vestiario e calzature (-16%, il doppio del resto del paese: 8%). Senza reddito si rinuncia ai servizi per la cura della persona e non si investe sull’istruzione. In altre parole, i tagli a questi settori producono la permanenza del sottosviluppo e il sottosviluppo alimenta la crescita dei rendimenti dei pochi ai danni dei molti. La crescita minimale che sarà registrata nel 2015 in Italia (+0,7% si dice) non sia il prodotto del sottosviluppo di alcune aree del paese a dispetto delle altre, e di queste rispetto ad altre zone dell’Eurozona. La «crescita» invocata è il risultato dell’impoverimento drastico e irreversibile delle classi medio-basse e dei poveri che lavorano da dipendenti precari o da autonomi a favore di un’élite di oligarchi sempre più ricchi (lo 0,1% della popolazione mondiale). Questo è l’effetto del crollo dei consumi delle famiglie, oltre due volte maggiore a Sud (13,2%) rispetto a quella registrata in Italia (-5,5%). Oggi ogni paese europeo ha il suo «Mezzogiorno».

«Mezzogiornificazione» d’Europa

È stato il premio Nobel dell’economia Paul Krugman a parlare per la prima volta di «mezzogiornificazione» dell’Europa nel 1991 nel libro «Geografia e commercio internazionale». Il dualismo economico che ha segnato i rapporti tra Nord e Sud Italia si è allargato a quello tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa e all’interno di tutti i paesi, a cominciare della Germania, unificata, ma divisa ancora tra un Ovest e un Est. Gli economisti italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo hanno ripreso questa categoria in uno studio del 2008, intitolato «L’Europa è a rischio “mezzogiornificazione». Il dibattito continua intensissimo a proposito delle varie ipotesi sull’uscita dall’euro, delle sue conseguenze sui salari e in generale sull’implosione dell’Eurozona.

Echi si ritrovano nel rapporto 2015 dello Svimez sul Mezzogiorno (italiano) dove al rapporto asimmetrico tra il centro (in sostanza la Germania) e le periferie (i paesi dell’Europa del Sud) se ne aggiunge un altro: quello tra Sud e Est europeo integrato nell’Eurozona. «Dal 2001 al 2013 la crescita del Pil considerato in potere di acquisto (Ppa) è stato un quinto inferiore di quella delle regioni deboli dei nuovi paesi dell’Est. Nei primi cinque anni della crisi, 2008-2013, il Pil è aumentato del 4,5% nelle aree più forti («regioni della competitività») ed è diminuito dell’1,1% in quelle più deboli (quelle della «convergenza») che all’inizio avevano un reddito pro-capite inferiore al 75%. Prima della crisi, dal 2001 al 2007, le regioni più deboli avevano registrato una convergenza crescendo del 39,6%, più delle aree forti (+31,3%). È accaduto in Spagna, mentre in Germania si è registrata una maggiore omogeneità.

L’Italia fa storia a parte. Sud e Centro-Nord crescevano prima della crisi con il 19% e il 21,8%, poi il crollo: +0,6% il Centro-Nord, -5,1%. Le asimmetrie si sono aggravate con l’allargamento a Est. Il Sud ha sofferto la concorrenza del dumping fiscale. Tra il 2000 e il 2013 l’Italia è stato il paese che è cresciuto di meno in termini di Pil in Ppa: +20,6% contro il 37,3% dell’Eurozona a 18. Il Sud è cresciuto oltre 40 punti in meno della media delle regioni di convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%). A una conclusione simile è arrivata la Bce nel bollettino economico di maggio 2015: l’Italia «ha registrato i risultati peggiori» sulla crescita del Pil procapite tra quelli che hanno adottato l’euro fin dall’inizio». La richiesta Bce è aumentare la flessibilità nei mercati dei beni e servizi e del lavoro. Per gli economisti italiani (e Krugman) è l’opposto. Per loro è fallito il modello economico per cui la produttività e la crescita dipendono dal contenimento del costo del lavoro. Questi paesi non hanno bisogno di riforme del mercato del lavoro ma di politiche industriali.