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Rovesci d'Arte

Il diluvio dell’arte alla Biennale. Consigli anti-orticaria

Marc Quinn Fondazione Cini Biennale Venice Venezia

Un diluvio di arte, tanto da far venire l’orticaria? Non disperate.

Si può fare così: un giorno (anche post vernissage per chi non deve lavorare nell’immediato, oltretutto il meteo è terribile) tutto da spendersi fra Arsenale e Giardini: occhio all’Argentina di Nicola Costantino con il suo tributo a Evita, alla Corea con la bravissima Kimsooja, la Francia di Anri Sala, l’Inghilterra di Jeremy Deller, la Germania di Ai Weiwei, Karmakar, Mofokeng, Singh, una new entry come il padiglione della Santa Sede con Tano Festa. E poi gli altri due giorni, liberi, in giro per le calli e i palazzi storici. Le sorprese, fuori itinerario classico, non mancheranno e non deluderanno.

Molti dei paesi alla loro prima volta alla Biennale sono dislocati in spazi diversi dal percorso obbligato: l’Angola alla Fondazione Cini, il Costa Rica in santa Croce (qui  c’è da tenere sotto osservazione stretta Priscilla Monge), l’Iraq a Ca’ Dandolo. Ecco, in questo palazzo cinquecentesco gli iracheni hanno allestito una pasticceria e offrono tè e dolci a tutti. Dopo il riposo all’ombra della cultura mesopotamica, ricaricati, si può partire alla ricerca della nave-padiglione del Portogallo. E’ direttamente in Laguna, in acqua. E’ lei, Joana Vasconcelos – la stessa artista che attaccò nella Bienale del 2005 un mega lampadario fatto di tampax – a proporre questo battello ricoperto di azulejos, metafora di ogni migrazione possibile (ma anche della nostalgia e del ritorno)

Fra i consigli delle tappe imperdibili c’è una visita alla Fondazione Bevilacqua La Masa. Ha due sedi: in quella di san Marco espone Munch per il padiglione Norvegia e una serie di altri artisti che si focalizzano sul tema emancipazione e sessualità, ma nell’altra – il Palazzetto Tito – c’è un affascinante Paesaggio Incompiuto, che vede come “esploratori” Marina Abramovic, Maurizio Cattelan, Tacita Dean, Rirkrit Tiravanija e molti giapponesi (dal design ai manga alla letteratura) come Yoneda, Oku, Koizumi, Terayama, dato che il progetto è stato curato in collaborazione con la Japan Foundation. Poi, vicino Palazzo Grassi, stop a Palazzo Falier: c’è il portoghese Pedro Cabrita Reis con il suo Remote Whisper. L’artista presenta nei 700 metri quadri del piano nobile un intervento monumentale, che invade le pareti e i pavimenti, invitando il visitatore a intraprendere traiettorie casuali e labirintiche attraverso lo spazio. Alle Officine delle Zattere si fa conoscenza, invece, con il Bangladesh contemporaneo, mentre la Bosnia (grande ritorno dopo molti anni) fa capolino da Palazzo Malipiero, in piazza san Marco, con The Garden of Delight di Mladen Miljanovic.

E’ ora di salpare verso l’isola di san Servolo: qui c’è la collettiva araba-siriana e pure un pezzetto di Kenya (new entry). Rientro: sosta al padiglione dell’Utopia e dell’emergenza, l’ha messo su l’attivista e artista peruviano Jota Castro e fra gli espositori c’è anche Teresa Margolles con le sue inquietanti installazioni fra vita e morte. Ultima fermata per oggi: Querini Stampalia e l’artista cinese Qiu Zhijie. Il curatore della Biennale di Shanghai presenta una selezione di opere inedite con cui esplora le dinamiche complesse che tracciano gli itinerari spaziali e temporali tra Occidente ed Oriente, tra passato e presente. La mostra, a cura di Chiara Bertola e Davide Quadrio, è la prima tappa di New Roads, un progetto triennale di collaborazione internazionale tra Cina e Italia,

Siete stanchi? Uno sforzo ancora. Destinazione, Scuola di san Pasquale, in Campo san Francesco. Ecco Angel Marcos, spagnolo con la sua Intimate Subversion. L’artista fin dagli anni ’90 ha condotto la sua ricerca che lo ha portato a fotografare comunità, quartieri, nuclei urbani.Le “zone” qui indagate sono quelle di Medina del Campo, le periferie abitate dal proletariato.

Finalmente, è arrivato “il giorno dopo”. Siete ancora a Venezia? E’ ora di fare un giro più mainstream. Si va da Palazzo Ducale (come saltare lo stupefacente Manet?) e si finisce poi, dritti dritti,

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fra le braccia di due guest star: Marc Quinn alla Fondazione Cini (isola di San Giorgio Maggiore) e Roy Lichtenstein (non lui perché non c’è più, ma le sue sculture). Il primo, in una personale a cura di Germano Celant  esporrà circa cinquanta opere di cui tredici inedite. “Un viaggio alle origini della vita”, così ha descritto il suo lavoro Quinn. In effetti, vedremo feti sbozzati nel marmo e sette colossali conchiglie della serie The Archaeology of Art. Infine sarà possibile vedere la grande opera Alison Lapper Pregnant (2005), installata dal settembre 2005 su una della basi al centro della londinese Trafalgar Square. L’altro “ospite”, un gigante della Pop americana, è Lichtenstein: la Fondazione Vedova propone, presso i Magazzini del Sale, le le sue opere scultoree, 45 lavori realizzate fra il 1965 e il 1997 (anno della morte).

C’è ancor molto di più. Ma forse è il caso di non farsi venire le convulsioni o la sindrome di Stendhal. Consiglio spassionato: dopo l’abbuffata di arte contemporanea, prima di ripartire, una pausa alla Scuola di san Rocco. E salutate Venezia con gli occhi pieni di Tintoretto.

  • Spartacus

    No, Tintoretto no! Per favore! Tintoretto è la peste di Venezia.
    Pensare che Lorenzo Lotto ha dovuto lasciare la città e morire povero e praticamente misconosciuto (l’episodio di Ancona la dice lunga) per via di Tintoretto che ha ripetuto fino alla nausa le stesse formule, mi fa venire sì l’orticaria.

    E se invece di andare a Venezia si andasse a Nuoro a vedere la mostra su l’arte sarda del Novecento, con opere di Maria Lai e Costantino Nivola (tra gli altri)?
    Sarebbe sicuramente una scelta più originale.
    Per chi volesse informazioni sulla mostra di Nuoro (Tribu e MAN associati) cfr. http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/06/15/news/le-opere-dei-grandi-artisti-sardi-in-mostra-al-tribu-1.7262350

  • arianna

    Anche Lotto imperdibile… A Venezia e’ tornato a palazzo Ducale … Nella mostra di Manet. E Maria Lai una grandissima del Novecento … Andare a Ulassai quindi, anche solo per nostalgia