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Il derby di Valerio Marchi

Da oggi fino a domenica nel quartiere San Lorenzo ci saranno 3 giorni di iniziative in ricordo di Valerio Marchi e Roberto “Patata” Massi, figure storiche del quartiere, voci di Radio Onda Rossa, attenti cultori delle sottoculture giovanili.
A quasi 9 anni dalla sua scomparsa, della libreria di Valerio Marchi non rimane più nulla se non un murales che lo raffigura. Dopo 2 gestioni hanno dovuto chiudere perché non riuscivano a sopravvivere. Una storia tra le tante di librerie che falliscono in una città che troppo spesso non lascia spazio a chi cerca di diffondere una cultura diversa, non legata al mainstream.

Una delle 3 giornate di iniziative, tra La Sapienza e il Cinema Palazzo, sarà dedicata alla presentazione de “Il derby del bambino morto”, un’opera importante, probabilmente sottovalutata, su violenza legata al calcio e ordine pubblico. Era il 21 marzo del 2004 quando allo Stadio Olimpico i tifosi chiesero la sospensione della partita perché la voce che dava un bambino morto durante gli scontri delle ore precedenti si era talmente diffusa che era diventata credibile. Partendo da quel che accadde in quella incredibile nottata, Valerio ricostruisce il percorso della gestione dell’ordine pubblico negli stadi e non soltanto, tracciandone strategie e sviluppo delle stesse.

Valerio smontò pezzo per pezzo il racconto ufficiale di quella nottata e soprattutto smontò la “teoria del complotto” sposata senza un minimo di ragionamento anche da una parte della sinistra antagonista, da quei compagni che spesso attraversavano la sua libreria. Il pregiudizio in materia stadio è sempre stato diffuso tra di noi, pregiudizio spesso nato dalla poca conoscenza del fenomeno o del semplice disinteresse. Del resto la teoria complottista fu sposata anche da buona parte dei media poco capaci di comprendere la portata di un evento in cui vede scendere in campo il prefetto di Roma, all’epoca il famoso Achille Serra, per rassicurare i tifosi dell’accaduto ma nessuno credette a lui continuando a dare per credibili “i boatos” diffusi in tutto lo stadio. Genova c’era stata meno di 3 anni prima e l’eco delle violenze di piazza non era ancora cancellato e i caroselli a forte velocità dei blindati delle FDO spinti fino a pochi metri dai cancelli erano immagini decisamente più forti delle rassicurazioni di un Prefetto.

Valerio Marchi manca a molti. Manca la sua lucidità nel confrontarsi con quelle sottoculture che sono state il riferimento per molti ragazzi di strada. Manca la sua capacità del saper ascoltare gli altri. Del resto IDDBM nacque così: ascoltando i racconti e le testimonianze che molti di noi ragazzi di stadio facemmo, stretti dai resoconti dei media nazionali e le teorie complottiste sostenute dal nostro ambiente. E Valerio appunto sapeva ascoltare e sapeva dare rifugio in quella piccola libreria a chi non riusciva più a trovarsi a suo agio in quel quartiere travolto dalle trasformazioni urbaniste, commerciali e sociali. Sapeva darti uno sguardo diverso, non meno ideologico (tutt’altro) ma libero da qualsiasi “tifo” o preconcetti. Perché è giusto essere “Fedeli alla Tribù”, alla propria Tribù ma troppo spesso questa fedeltà rende meno lucidi nell’analisi di quel che accade intorno a noi e che non vede noi stessi protagonisti. Ed è forse l’unica eredità che facciamo fatica a raccogliere. Ma così nacque un libro che oggi grazie a Edizioni Alegre torna in libreria, perché la forza di quel piccolo instant-book fu proprio la capacità di essere tuttora attuale. Lo stadio come laboratorio della repressione, teoria spesso invisa a diversi pezzi di movimento non è più un concetto così lontano, anzi. Peccato rimangano ancora molti pregiudizi, e il primo è il continuare a pensare che lo stadio sia un corpo avulso dal tessuto cittadino. Ma Valerio ha raccontato almeno un secolo di sottoculture giovanili attraverso altri libri come “SMV” o “Teppa”, dove ricostruisce un secolo di teppismo e “folk devil” nella società in cui capitalismo e borghesia crescevano e si affermavano. Qualcuno lo ha definito “storico del conflitto giovanile”. Altri amici gli dicevano che è stato il primo a fare il percorso al contrario “da sociologo a skinhead e non viceversa come per molti”. Valerio è stato tutto questo ma forse uno dei migliori studiosi delle dinamiche del teppismo giovanile e dell’utilizzo fatto dai media di questi “nuovi mostri” e soprattutto non si atteggiava da intellettuale venuto dalla strada.

Non so quale etichetta avrebbe preferito. Forse nessuna. In cambio ti avrebbe consigliato l’ennesimo romanzo ai molti sconosciuto. Manca quel buco di libreria a Via dei Volsci. Manca quel baluardo dove le culture scomode anche a noi compagni e compagne trovassero spazio. Ma soprattutto manca la sua curiosità, il suo essere essere un perfetto uditore, il suo capire un attimo prima la trasformazione della sua città.

Ciao Valerio e ciao Patà, ci mancano molto anche le vostre voci uscire dagli 87.9 di Radio Onda Rossa.