closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
La rete nel cappio

Il declino dell’impero tecnologico americano

Lo ha recentemente affermato il presidente Barack Obama: gli Stati Uniti devono puntare sulla ricerca e sviluppo per

produrre buona innovazione tecnologica e mantenere così quell’egemonia da tutti gli altri paesi riconosciuti. Per fare ciò, occorre uno sforzo economico, sociale e culturale paragonabile a quello che il paese a stelle e strisce intraprese dopo che i russi mandarono tra le stelle lo Sputinik. Come è noto, il Pentagono, la National Science Fountation e la neocostituita Nasa investirono centinaia di milioni di dollari per finanziare la ricerca scientifica di base e applicata per recuperare il tempo perso sul nemico di allora, l’Urss. Ci riuscirono e molte di quelle ricerca diventarono la linfa vitale per far crescere imprese tecnologicamente competitive con quelle europee. Uno sforzo analogo fu condotto dagli inizi degli anni Ottanta ai primi anni Novanta. La retorica dominante sosteneva che il nemico di sempre, l’Unione sovietica, era sempre temibile. Ma in realtà il vero avversario da battere era il Giappone, che stava cancellando dai mercati gran parte delle imprese statunitense specializzate in elettronica di consumo. E’ allora che cominciò a circolare l’idea del declino dell’impero americano. Ma gli Stati Uniti riuscirono a mantenere comunque l’egemonia, questa volta nella produzione di computer, microprocessori e software. Sono però alcuni anni, possiamo indicare anche la data, il 2001, che vengono lanciati ripetuti allarmi sulle difficoltà dell’industria made in Usa. Interessante, a questo proposito, è un articolo pubblicato su Computerworld, storica e ben fatta rivista informatica, che instilla il dubbio che la tanto celebrata egemonia americana sia a rischio, mettendo così in discussione una lettura ormai acquisita sul rapporti tra ricerca e produzione di merci, in base alla quale gli Usa sono i leader nella produzione di conoscenza scientifica e sua traduzione tecnologica, delegando ai paesi in via di sviluppo le produzioni materiali.

Citando vari rapporti, Computerworld riconosce che gli Usa sono ancora forti in alcuni settori e che India e Cina arrancano dietro imprese come Apple, ad esempio. O Google, o Intel si potrebbe aggiungere. Ma andando a vedere nel dettaglio, gli Stati uniti hanno problemi seri per quanto riguarda i nuovi brevetti e gli investimenti in ricerca e sviluppo. su questo aspetto, il paese che investe di più è la Cina per raggiungere l’obiettivo di trasformare il paese da world factory in un paese basato sull’economia della conoscenza. Gli Usa perdono terreno anche nelle biotecnologie e nell’energia «verde». Ma l’altro elemento che sottolinea Computerworld è la perdita di qualità delle scuole statunitensi. Perdita di qualità, perché cresce il prestigio di università non statunitensi e perché lo stato federale investe sempre meno nella formazione. In altri termini, se gli Stati Uniti non corrono ai ripari, rischiano davvero di perdere la loro egemonia.

  • A

    l’impero tecnologico USA in realtà non esiste, è puro marketing: c’è semmai, sin dalla nascita degli USA, l’imperialismo capitalista predatorio e piratesco di copyright, brevetti e marchi