closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Anziparla

Il coraggio di Wendy Davis (“abortion Barbie”)

Nell’estate del 2013 mezzo mondo parlava di Wendy Davis, la senatrice democratica del Texas che aveva fatto ostruzionismo per dieci ore consecutive stando in piedi con delle scarpe rosa, senza mangiare, bere e andare in bagno, a parlare di questioni legate a una legge sull’aborto molto discussa e controversa (che non è stata approvata – ma solo per quella sera – proprio grazie a Davis). Qualche mese dopo, Wendy Davis si è candidata per diventare governatrice del Texas. E qualche giorno fa è uscita negli Stati Uniti la sua autobiografia intitolata “Dimenticare di avere paura”, in cui la senatrice racconta di sé e dei due aborti, entrambi per ragioni mediche, avuti negli anni Novanta. Scrive Davis:

«Sarebbe stata cieca, sorda e avrebbe vissuto in permanente stato vegetativo, se fosse sopravvissuta. (…) Sentivo il suo corpo tremare violentemente come se qualcuno stesse applicando una carica elettrica. Allora, capii. Stava soffrendo (…) Nell’ufficio del nostro medico, con le lacrime che scendevano, Jeff e io abbiamo guardato il battito cardiaco della nostra piccola sullo schermo dell’ecografo per l’ultima volta. E abbiamo visto il nostro medico calmarsi. Era finita. Lei non c’era più. La nostra amata bambina non c’era più».

Il 5 aprile del 1971, Simone de Beauvoir pubblicò “Le Manifeste des 343”, una dichiarazione firmata da 343 donne che ammettevano di aver avuto un aborto esponendosi alle relative conseguenze penali. Il manifesto apparve su Le Nouvel Observateur. Cominciava così:

Ogni anno in Francia, abortiscono un milione di donne.
Condannate alla segretezza, sono costrette a farlo in condizioni pericolose quando questa procedura, eseguita sotto supervisione medica, è una delle più semplici.
 Queste donne sono velate, in silenzio.
Io dichiaro di essere una di loro. Ho avuto un aborto.
Così come chiediamo il libero accesso al controllo delle nascite, chiediamo la libertà di abortire.

Il manifesto contribuì definitivamente all’adozione, nel gennaio del 1975, della “legge Veil”, dal cognome della ministra della salute che diede la possibilità alle donne di interrompere la gravidanza entro le prime dieci settimane (successivamente estese a dodici). Dall’altra parte del mondo, nel numero inaugurale della rivista femminista Ms. (inaugurale perché per un anno era stata un inserto del New York Magazine) venne pubblicato un elenco simile. Un anno dopo ancora, il 22 gennaio 1973, venne pronunciata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti la sentenza che rese legale il diritto all’aborto per la donna, come libera scelta personale. Fu una decisione storica, conosciuta come sentenza “Roe v. Wade”.

Wendy Davis

Partire da sé è sempre stata una delle pratiche femministe più efficaci. Ci sono diverse ricerche, racconta Jessica Valenti parlando di Davis, che mostrano come condividere il proprio vissuto su questioni come l’aborto aiuti a ridurre i pregiudizi intorno all’aborto stesso, spostando il dibattito dal piano teorico alla realtà della vita. E diversi analisti pensano che il libro di Davis potrebbe avere un effetto positivo sulla sua candidatura: renderla più vicina agli elettori e alle elettrici (per ora nei sondaggi è piuttosto indietro). In un clima politico che in Texas, ma non solo, è così ostile alle donne soprattutto quando si tratta di diritti riproduttivi, spiega Valenti, questo tipo di comunicazione è certamente coraggioso, generoso e molto rischioso. Ma il fatto che le donne debbano fare così tanto – mettersi a nudo ed esporre pubblicamente tutta la loro vulnerabilità – per essere riconosciute o vedersi riconosciuti dei diritti è davvero necessario? O meglio: lo è ancora?