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losangelista

Il Complesso Digitale-Industriale

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E’ uscito da poco in America un libro dal  titolo a dir poco altisonante: “The New Digital Age: Reshaping the Future of People, Nations and Business” e il battage pubblicitario e’ in linea con le risorse degli autori: Jared Cohen e Eric Shmidt, top manager di Google che promuovono in questi giorni il loro libro a quattro mani. In teoria si tratta di una guida al futuro prossimo tecnologico visto da esperti che lavorano nella stanza dei bottoni. In realta’ il  tono non va molto oltre quello familiare ormai  dell’elogio suffuso di radiosa promessa dell’era digitale,  il messianesimo tecnofilo che regolarmente emana da Silicon Valley. In parte perche’ chi scrive non sono ragazzi prodigio di epoca startup bensi’ due navigati executives a capo di una delle aziende piu’ influenti e potenti del pianeta, visionari forse ma pur sempre venditori di gadget,  il che conferisce al testo un aria di depliant aziendale piu’ che utopico manifesto. A furia di ripeterli poi, i cliché su trasparenza, web-liberta’ e democrazia “in rete”  (con obbligatoria citazione dei tweet da piazza Tahrir) finiscono per suonare scontati e superficiali quanto uno  slogan di “wi-fi gratis!” urlato ad una piazza ondeggiante.  E il libro e il tour promozionale di questi giorni in realta’ assomigliano di piu’ proprio ad una campagna, il coming out politico di una delle tecno-oligarchie di Silicon Valley. Cos’altro sono senno’  i colossi dell’immateriale se non conglomerati sovranazionali, una nuova oligarchia transnazionale (su Daily Beast se ne occupa Joel Kotkin) che dietro l’aura benevola dei gadget hi-tech hanno precise esigenze e programmi commericali – e ora sempre di piu’ “intenzioni” politiche. E’ solo che tutti presi come siamo a fare da tifoseria a steve Jobs o Mark Zuckerberg, ad un industria che ci “regala” gli scintillanti  giocattoli quotidiani, che interfacciano cosi’ “eroticamente” con le nostre voglie di svago e impulsi narcisisti, siamo disposti a perdonare cio’ che sarebbe impensabile per multinazionali “analogiche”.  Sarebbe forse giunto invece il momento di realizzare che gli albori utopici della rete sono stati ampiamente superati ormai dall’era “corporate” di internet, che  quando Google offre di allestire reti wifi gratuite a Mountain View o a Manhattan, o di scansionare ‘gratis’ i libri di tutte le biblioteche pubbliche,  e’ mossa forse da precisi interessi piu’ che da una generica tecno-benevolenza. Il libro di Schmidt e Cohen denota una nuova disponibilita’ dell’industria a scoprire le proprie carte politiche. Come a ribadire che i giocattoli sono stati messi via e sono arrivati i grandi, i due ammettono di simpatizzare con Obama ma anche di piu’ con Darell Issa – ex venture capitalist di Silicon Valley ora repubblicano di punta dell’ala ultraliberista (presiede la commissione sui fatti di Bengasi, attuale ariete di sfondameno anti Obama). Cohen ha lavorato per Hillary Clinton ma anche per Condoleeza Rice che attualmente  silcon Vally ci risiede. Insomma fra gli ingegeneri imprenditori del silicio vige un approccio ben piu’ pragmatico alla politica che non fra i cugini liberal di Hollywood.  E a proposito,  i rapporti coi colleghi del sud non sempre sono del tutto armoniosi. Il primo scontro frontale fra Hollywood e Silicon Valley c’e’ stato l’anno scorso, una battaglia vinta dai signori di internet che sono riuciti a bloccare i disegni di legge anti-piracy appoggiati dagli studios. Battaglia sacrosanta quella per la liberta’  in rete, per carita’, ma e’ forse e’ un po’ ingenuo considerare disinteressati paladini dell’espressione le multinazionali che da quell’espressione traggono favolosi profitti. E’ piuttosto evidente ormai che i piu’ avvantaggiati nel confronto sono proprio i gestori della rete e non chi tenta di conservare il controllo sui propri prodotti creativi – in quest apartita musicisti, autori, giornalisti, fotografi  e videomaker giocano notoriamente in difesa. Schmidt e’ conciliatorio: nel libro smorza i toni e auspica la continuata collaborazione con gli “amici creativi” di Hollywood . Ma poi non lascia dubbi riguardo al modello davvero auspicato quando racconta della visita in Nigeria e della “rivoluzione” in atto a “Nollywood” dove ragazzi di villaggi nigeriani producono migliaia di film all’anno caricati su youtube. A parte che il solo fatto che un paio di bilionari digitali facciano visita a Lagos mi pare in qualche modo preoccupante – mi sembra che lo scenario di microcontenuti uploadati ai server di Silicon Valley corrisponda di piu’ agli interessi di Google & co. che non a quelli dei filmaker della macchia africana o di tutti noi se e’ per questo – un modello in cui gli autori sono carne da macello, parte infinitesima e anonima  del “collettivo senziente”,  mentre i profitti scorrono su una banda, larga ma a senso unico,  verso Mountain View.  E’ la versione turboliberista che e’ vangelo ma ormai soprattuto prassi  assodata di  Silcon Valley. La scorsa settimama l’industria  ha prodotto un altra inziativa politica, quella di FWD.US, la lobby creata da Mark Zuckerberg per supportare la riforma dell’immigrazione di cui a Washington  si sta in questi giorni discutendo in parlamento. L’’immigrazione e’ un cavallo di battaglia di Silicon Valley –non tanto per favorire i braccianti messicani che coltivano i campi di fragole vicino San Jose’, ma per rilassare i limiti sui permessi di lavoro ai tecnologhi stranieri  (leggi soprattutto indiani e asiatici) indispensabili per integrare gli organici della Valley. Un riformismo insomma dal preciso tornaconto: quello di una forza lavoro globale a portata di mano per le aziende. Per promuoverlo, la prima inziativa del gruppo di Zuckerberg e’ stata di produrre spot a a favore di senatori conservatori ma favorevoli alla riforma (sull’immigrazione i repubblicani hanno da poco invertito la rotta dichiaratamente per  trovare i voti ispanici di cui hanno disperatamente bisogno) fra cui  un ardente fautore di nuove trivellazioni e pozzi di petrolio in Alaska. Un tradimento facile dell’immagine “green” coltivata con tanta cura che a Zuckerberg e’ valso un boicottaggio anti-Facebook e la rottura con Elon Musk, creatore ecologista delle auto elettriche Tesla. Lui non ha illusioni sulla natura congenitamente progressista dei signori della tecnologia e forse proprio i progressisti dovrbbero averne un po’ di meno.

Luca Celada