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Napoli centrale

Il clan che bruciò il campo rom

«Un uomo che noi conosciamo come Maurizio, un tipo molto alto palestrato e con diversi tatuaggi sulla pelle venne al campo. Era su uno scooter nero accompagnato da un altro (Domenico Casella, ndr). Non sappiamo perché ma si avvicinò per parlare con noi, forse perché mia moglie parla meglio italiano e ci disse: “Qua nel rione non dovete mandare più i vostri figli a scuola, se li volete fare studiare li dovete mandare lontano da qui”». Inizia così il racconto di Costantin Costel e Mariana Octavian alla polizia del commissariato di Poggioreale. Loro due, giovanissimi e in terra straniera si sono messi contro il clan che, nel dicembre del 2010, ha incendiato il loro accampamento mettendo in fuga 60 rom romeni che risiedevano nel rione Luttazzi da almeno 2 anni. Ieri sono stati arrestati in 18, tra questi ci sono Domenico e Antonio Casella nipoti di Salvatore, storico capo del clan Sarno e Antonio Circone esponente di spicco della camorra locale.
L’inchiesta della Dda di Napoli coordinata dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, è ampia e questo è solo uno dei capitoli, dopo lunghi mesi indagini sui traffici del clan. Business che vanno dallo spaccio, al pizzo di un’organizzazione radicata a Ponticelli, conosciuta per l’efferatezza nei regolamenti di conti e per l’ampia disponibilità di armi. Un clan in grado di seminare il terrore e mantenere sotto scacco decine di imprese di trasporti nell’area vesuviana, commercianti, imprenditori ma anche gli scassi di automobili, solo per ricevere un misero pizzo di cento euro al mese. Così gli incendi del 2 dicembre del 2010 e quello successivo, avvenuto dopo 9 giorni, per devastare completamente l’accampamento dei romeni appaiono, se è possibile, ancora più gravi.
È lo stesso Gip, Egle Pilla, nell’ordinanza di custodia cautelare a spiegarne le ragioni: quelle devastazioni, quell’accanirsi contro i più deboli servono all’organizzazione camorristica per ottenere, scrive, «un prestigio su cui poi si fonda il loro potere e si sviluppa l’omertà», mentre «la popolazione trova più proficuo rivolgersi ai componenti dell’associazione criminale che non piuttosto alle istituzioni, mostrando acquiescenza e rassegnazione ai metodi violenti piuttosto che credere alla capacità di condivisione».
Questi i fatti. E l’autunno del 2010 e il quartiere mal sopporta che i figli degli «zingari» di via Emanuele a Gianturco vadano a scuola con i napoletani. Così dopo aver fatto pressione, senza ottenere successo, su Rossella De Feo, preside del 45° istituto comprensivo Bonghi, si rivolgono ai boss locali. In questo clima di degrado umano e culturale iniziano le violenze e le vessazioni contro i rom che lo stesso Gip, accettando la tesi degli inquirenti, giudica con l’aggravante della spinta «da odio razziale».
Costantin ricorda in questa maniera il giorno dell’incendio: «Arrivarono in 5 o 6 e cominciarono a gridare “Tutti i bambini fuori dal campo, tutti i bambini fuori”; poi iniziarono a pestare sia me che gli altri uomini. Dopo uno molto robusto, con capelli lunghi, prese una tanica di benzina e la gettò all’interno della nostra baracca. Addirittura il liquido venne cosparso anche sulle gambe di mia moglie, che riuscì a salvarsi per miracolo. Sempre questa stessa persona accese una fiamma che in pochi minuti distrusse le nostre baracche. E solo all’ultimo momento abbiamo salvato due bambini disabili».
Nonostante il terrore, i rom, non sapendo dove andare, decidono di restare per la notte nell’accampamento, ma la mattina dopo al bar Leone quello stesso Maurizio insieme a Domenico Casella si avvicina a Costantin e Mariana, che erano andati in macelleria, minacciandoli nuovamente in dialetto: «Dovete andare via, non vi vogliamo, per colpa vostra gira troppa polizia. Avete tempo 3 giorni. Se non andate via io e i miei fratelli non vi daremo pace e non ci sarà solo il fuoco, spariamo a tutti sia grandi che bambini». Impauriti tutti decidono di rispettare l’ultimatum. Secondo il racconto di Costantin molti sono tornati addirittura in Romania e loro, i camorristi, non contenti sono andati nuovamente 9 giorni dopo per terminare il lavoro e distruggere completamente il campo. Oggi si sa che nel raid ci sarebbero stati padre e figlio, Maurizio e Emanuele Virente, Alfonso Di Giovanni, un pregiudicato locale, e gli esponenti Casella. Lo si è appreso grazie a Costantin e Mariana, che non hanno abbassato la testa e in un atteggiamento che lo stesso Gip definisce coraggioso, «pur consapevoli del rischio a cui possono esporsi con simili comportamenti, hanno denunciato i responsabili di così gravi azioni».