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Il Cavaliere non molla e apre il suk

Telefona a tutti, mette in agenda incontri personali con i delusi, bacchetta per iscritto i democristiani «nostalgici della Prima Repubblica» (Cirino Pomicino? Pisanu?) «che cambiavano governo ogni 11 mesi» e rimane a Roma a presidiare il campo.

Silvio Berlusconi liquida come un «pettegolezzo» le voci sulle sue dimissioni che hanno attraversato la capitale come un lampo, si confida sul blog di Paolo Guzzanti. Commissariato da Bce, Ue e Fondo monetario, liquidato come un buffone su tutta la stampa planetaria, il Cavaliere è sicuro di avere tutto sotto controllo: «Nessun passo indietro, la maggioranza c’è», giura in serata via telefono a un meeting organizzato dalla ministra Brambilla.

La realtà è che il maxi-emendamento alla finanziaria già “venduto” all’Europa da dieci giorni non è ancora stato presentato in parlamento. Forse arriverà martedì in senato ma non si sa nemmeno chi lo stia scrivendo materialmente: Tremonti? anche gli altri ministri? Letta? Angela Merkel? Pare certo che non conterrà norme ordinamentali (liberalizzazioni, licenziamenti e simili) ma solo entrate e uscite come del resto prevede la legge.

Per Berlusconi governare ormai è un dettaglio, come esprimere il cordoglio per le vittime genovesi con un giorno di ritardo. L’unica cosa che conta è riacciuffare i numeri alla camera. Uno per uno. Costi quel che costi. Un negoziato che può ancora dare i suoi frutti. Una frondista, Isabella Bertolini, pare essere pronta a tornare all’ovile: nel «D-Day» di martedì sul rendiconto generale avrà il privilegio di incontrare il premier a tu per tu. Una bella trattativa privata due minuti prima del voto in aula fa miracoli e non si nega a nessuno.

Il suk di Montecitorio è sempre aperto. Ma tutti sanno che così non si può andare avanti e che, prima della fine, bisogna almeno provare a imbarcare anche l’Udc. Lo chiedono quasi tutti i frondisti, lo auspica il segretario del Pdl Alfano con un ragionamento degno del migliore Dc agrigentino: «Non si pone alcun problema di dimissioni del governo ma piuttosto quello di una riflessione da fare nei prossimi giorni sulla condotta politica da scegliere per favorire il più vasto concorso possibile di forze politiche e sociali».

Peccato che l’Udc abbia posto come condizione la testa del premier e un concorso di forze tanto vasto da essere semplicemente improponibile.

Se non bastasse, arriva la furia leghista a riportare le cose al loro posto.
Per Roberto Calderoli un eventuale allargamento della maggioranza a Casini equivale addirittura a un «colpo di stato». Per il ministro leghista l’unica cosa da fare è votare la finanziaria e andare al voto.

E’ una verità stranota ma che spaventa moltissimo i pidiellini, che sarebbero decimati nelle urne. E’ però anche un urlaccio che potrebbe spaventare la dozzina di «dissidenti» usciti allo scoperto tanto da tornare sui propri passi. Difficile. Ma purtroppo non impossibile.

dal manifesto del 6 novembre 2011