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Antiviolenza

Il #25novembre dura fino al 10 dicembre: diamogli un senso

da bettirossa.com

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Il 25 novembre è stata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, una giornata indetta dall’Onu nel 1999 che fino a tre anni fa era completamente ignorata in Italia. Una giornata che quest’anno le Nazioni Unite prolungano fino al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, per riaffermare l’idea che i diritti delle donne sono diritti umani, in una campagna che usa il colore arancione che in Italia, non a caso, è diventato rosso come il sangue delle donne uccise (e non perché “di sinistra”, come qualcuna spererebbe). Un elemento indicatore di come qui, in un Paese che fino a qualche anno fa non sapeva neanche dell’esistenza e delle difficoltà dei centri antiviolenza, regni sovrana l’ignoranza e dove femminicidio, termine che indica tutte le violenze – private e di Stato – che una donna può subire o essere esposta a subire fino al suo annientamento fisico, possa trasformarsi in un battibaleno in uxoricidio. Un fraintendimento non da poco, che significa non solo un errore che nell’informazione diventa mastodontico, ma che provoca una riduzione e una ghettizzazione del fenomeno, a cui si sta aggiungendo in maniera spropositata una spettacolarizzazione che è solo la punta di un iceberg enorme. Un paradosso, se pensiamo che ancora nel 2010 i centri antiviolenza che chiedevano aiuto erano una voce lontana che si disperdeva nel vuoto e nell’indifferenza, e dove era difficile far scrivere e far venire alle conferenze stampa anche un solo giornalista. Poi però, per testardaggine e per tigna, c’è stato un gruppo di donne che ha continuato e che insieme, malgrado percorsi e professionalità diverse, si è incontrato e unito in questa lotta. Donne a cui va il merito di non aver mai mollato e che con grandissimo lavoro di rete e competenze, hanno prodotto contenuti di alto valore, con molto da insegnare alle stesse istituzioni. Donne che si sono fatte ascoltare con un movimento di idee che andava oltre l’indignazione e che per questo era anche propositivo (tra cui la “Piattaforma Cedaw” e la “Convenzione No More”).

Perché ognuna sapeva, in cuori suo, che la battaglia era troppo importante. Ma poi qualcosa è sfuggito di mano, perché le istituzioni sono andate oltre: a un certo punto, non potendo più far finta di niente, hanno capito che per avere spazi di manovra su questo tema, dovevano appropriarsene, facendo finta di ascoltarci. Il risultato, ora, è che il 25 novembre se lo sono ricordato tutti e anche chi non sapeva adesso sa. Ma cosa sa? che ci sono uomini “mostri” che uccidono ferocemente la moglie o la fidanzata? che il colore rosso, che ha coperto l’Italia in quel giorno, è il colore del sangue di quelle morte ammazzate? hanno scoperto che chi picchia e stupra, sono i vicini di casa che sembravano così carini? è questo che volevamo? certo che no. Non volevamo un’inflazione di programmi tv confezionati da giornalisti impreparati che fanno più danni che informazione. Non volevamo creare un business con tanto di gadget né un’inutile giornata tinta di rosso “sangue”, soprattutto se la Giornata  indetta dall’Onu in tutti i Paesi del mondo è arancione (ma pochi lo sanno perché appunto male informati). Non volevamo leggere, in piena campagna contro il femminicidio in cui si parla e riparla di stereotipi, di minorenni ribattezzate da tutti i giornalisti italiani come “baby squillo” con articoli morbosi e pieni di “attenzioni” sulle minorenni ma non sugli uomini, adulti e consapevoli, coinvolti nell’affare. Senza parlare dei soliti “negazionisti” d’assalto, che non vedono l’ora di puntare il dito contro le donne, e che con qualsiasi sia il pretesto, usano dati come fossero bruscolini senza avere la minima cognizione del fatto che in Italia non ci sono dati ufficiali perché non è attivo un osservatorio di genere sugli omicidi che filtri i femmicidi (come in Spagna e come in Francia), e che le morte i centri se le contano dalla stampa (quindi probabilmente sono molte di più). Per questo, e per molto altro, è per tutte le donne offensivo leggere, come hanno scritto in questi giorni alcuni professionisti dell’informazione che non sanno di cosa parlano, che noi siamo “messe meglio” di altri paesi perché i dati lo dimostrano: affermazioni incoscienti, dato che qui il sommerso della violenza sulle donne è di circa il 90% e dato che senza una seria raccolta di dati, in Italia, non è possibile sapere quale sia la vera situazione oggi (a differenza di altri paesi che hanno già una seria raccolta sul territorio). Inventarsi che l’Onu, che ha fatto il primo rapporto sul femminicidio l’anno scorso redatto da Rashida Manjoo (la quale ha preso in esame anche la situazione italiana), è in calo, è impossibile da commentare, soprattutto nella continua confusione che si fa tra femmicidio e femmincidio. Dire che i dati Istat mostrano che qui la violenza sulle donne è una cosa come un’altra, quando l’Istat sta adesso tentando di fare una nuova raccolta aggiornata di dati dopo quelli fermi al 2006, è fantapolitica. Il termine femmincidio resta “fuorviante” solo per chi non ne sa nulla, e che per questo dovrebbe lasciare la penna a chi conosce, a partire dai termini usati ed evitando di dire sciocchezze, perché se l’informazione si consuma sulla pelle di esseri umani –  come donne e bambine che rischiano la loro stessa incolumità e solo per ragioni culturali – ognuno di deve fare un esame di coscienza quando scrive o quando fa un servizio su certi temi. Infine il marketing pubblicitario funziona sugli stereotipi perché il problema sono proprio gli stereotipi di cui in Italia, come altrove, ci si nutre dalla culla, ed è per questo che sia le raccomandazioni Onu all’Italia, sia la Convenzione di Istanbul,insistono fortemente sullo smantellamento degli stereotipi culturali a partire dalla scuola e dai media, compresa la pubblicità. A questo si aggiungano i fiumi d’inchiostro sul pacchetto sicurezza, erroniamente passata come una legge contro il femminicidio che invece ha al suo interno molto altro, e sul quale anche chi ha concorso a farla e a costruirla, solleva oggi dubbi.

Questa però, è solo una delle tante conseguenze della superficialità tutta italiana che si entusiasma per sgonfiarsi il giorni dopo, e una delle battaglie è proprio quella che chi ne parla debba parlarne con cognizione, evitando un inutile teatrino che porterà a una normalizzazione e a una “sottovaluzione di ritorno” su un fenomeno in cui ormai l’unica speranza è che gli strilloni perdano presto la voce. Ma la vera responsabilità di questo status, non è né dei “negazionisti” né delle donne che hanno iniziato questo percorso. La vera responsabilità è di un governo che hanno fatto di tutto per ghettizzare e normalizzare il fenomeno, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul. Escludendo Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità, senza mettere al suo posto una nuova ministra con pieni poteri, il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha tolto al Paese e alle donne un pezzo importante di quel percorso, dimostrando che in realtà era “troppo” quello che volevamo, e che nessun*, tanto meno una ministra, poteva sostenere certe richieste, almeno in Italia. Il governo italiano, che oggi si fregia della lotta al femminicidio (continuando a confonderlo con il femmicidio), ha affossato inesorabilmente quel dibattito parlamentare iniziato con la ratifica di Istanbul, tranciando di netto quell’ascolto tra istituzioni e società civile (tutta, e non solo di alcune associazioni), che nella miglior tradizione italiana ha dato corpo a un DL sicurezza: un decreto che ha fatto passare attraverso “i corpi massacrati delle donne”, il controllo poliziesco del Paese. Norme, quelle introdotte da quella legge in cui appaiono anche articoli in materia di violenza sulle donne, che hanno avuto lo scopo di restringere importanti direttive europee e la Convenzione di Istanbul, richiesta a gran voce dalla società civile e oggi compromessa nella sua implementazione italiana. Non nominando una ministra a pieno titolo – neanche la viceministra del lavoro con delega alle pari opportunità, Cecilia Guerra – Letta ha ristretto la sua capacità di azione, tanto che anche la task force, formata da 7 tavoli e molto diversa da quella che era stata messa su da Idem, sta tracciando un lavoro con un percorso ristretto e limitato, perché sotto il controllo del vero potere: quello maschile che tiene le redini del Paese. Basti pensare alle risorse stanziate (circa 30 milioni di euro in tre anni), che non bastano neanche a coprire le spese dell’esistente, già molto ridotto e insufficiente rispetto a quello che dovrebbe essere in materia di prevenzione e sostegno delle donne e dei minori che vivono situazioni di violenza. Risorse così ristrette che le associazioni che lavorano sul campo, e che solo in parte partecipano a quei tavoli, litigano per spartirsi le fette più grosse. Un dato che pone moltissimi interrogativi perché quando non si investe per la formazione e per l’ampliamento e il rafforzamento delle reti di prevenzione e sostegno, quando non si va in profondità, significa solo una cosa: puntare sul controllo, come ha ben dimostrato il pacchetto sicurezza e come dimostra il codice di autoregolamentazione redatto dal tavolo sull’informazione della task force che impone regole anche ai giornalisti ma senza entrare in profondità: regole che, almeno i giornalisti italiani, infrangono costantemente (un esempio per tutti è quello della carta di Treviso sulla tutela dei minori).

Una limitazione e un “taglio” consapevole e volontario, da cui inevitabilmente nasce il “teatrino della violenza”, con un abbassamento dei contenuti a vantaggio di una trattazione spesso superficiale e non sempre all’altezza del problema, un racconto tendente a un’estetizzazione che ha come scopo una normalizzazione che creerà non pochi danni al Paese: una normalizzazione che non sta nel “termine” che si usa, ma nella sostanza, con una restaurazione che ha fatto rientrare la portata rivoluzionaria delle richieste delle donne e della società civile (in parte anche rappresentate da quella Convenzione europea sulla violenza) e che ha spaccato in mille pezzi le associazioni e tutte le donne che con grande professionalità e tenacia, avevano iniziato quel percorso. Quello che che ancora è in corso, sarà tutto da raccontare.