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Ici alla Chiesa, ma ancora non si sa cosa è “chiesa” e cosa no

Presentato ieri sera il testo che introduce dal 2013 la tassa sugli immobili appartenenti alla Chiesa che non siano totalmente non-commerciali. Resta incerta l’entità del patrimonio tassabile e quindi il gettito prevedibile.

Dopo una riunione del consiglio dei ministri il governo ha presentato in senato l’emendamento al decreto liberalizzazioni che ripristina l’Ici (Imu) per i beni ecclesiastici dal 2013.

Il testo, arrivato al photofinish ma giudicato ammissibile dal presidente del senato, esonera dall’imposta comunale tutti gli immobili non profit e quelli ecclesiastici totalmente non commerciali. Com’è noto, il governo Prodi introdusse una norma confusa che esonerava anche i beni cattolici «prevalentemente» non commerciali come cliniche, scuole, negozi. Una scappatoia che, di fatto, esonerava gran parte dello sterminato patrimonio religioso. Sterminato sì – basta girare in qualsiasi centro storico di qualsiasi comune italiano – ma quanto?

Il gettito previsto per la norma non è ancora chiaro.

Secondo Tremonti, che si basò su una stima fatta da una commissione tecnica presieduta dall’attuale sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, la cosiddetta Ici alla chiesa avrebbe dato molto meno di 100 milioni di euro, a tanto infatti ammonterebbe l’Ici ipotetica complessiva di tutto il mondo non profit.

Secondo stime dei comuni fatte dall’Anci, invece, il gettito finale potrebbe ammontare a 500-700 milioni di euro. Una bella boccata d’ossigeno per enti locali strangolati dal patto di stabilità interno e dai fortissimi tagli ai trasferimenti decisi da Tremonti e Monti nelle cinque manovre dell’anno scorso.

Il governo afferma di aver presentato la norma adesso in modo da bloccare la procedura di infrazione aperta dall’Europa contro l’Italia. Ma per l’operatività della legge e per capire chi dovrà pagare cosa bisognerà attendere i 60 giorni previsti per i decreti attuativi. Due mesi in cui Monti – cioè il ministero dell’Economia – dovrà scrivere materialmente i criteri con cui i comuni potranno distinguere i beni ecclesiastici commerciali (tassati) da quelli non commerciali.

Inoltre, gli immobili ecclesiastici ancora privi di rendita catastale presto dovranno averne una. E stabilirla non sarà né facile né omogeneo.

La questione dunque non è ancora finita. Il diavolo si nasconderà nelle virgole. Di sicuro la partita si sposta tra le felpate stanze di via XX settembre, privando il parlamento di ogni voce in capitolo.

Il Pdl, soprattutto l’ala più legata a Comunione e Liberazione, è già sul chi vive. Secondo Maurizio Lupi e l’ex ministra Maria Stella Gelmini il testo del governo non chiarisce a sufficienza se gli asili e le scuole parificate (generalmente cattoliche) dovranno pagare l’Ici o meno.

La trama si complica ulteriormente perché Pdl e responsabili già promettono forti emendamenti. Mentre l’Udc, evidentemente in difficoltà e in attesa delle proposte attuative, non ha commentato in alcun modo la presentazione del testo da parte del governo.

La diatriba sull’Ici aggraverà le pressioni emendative che incombono fin dall’inizio sul decreto liberalizzazioni. Tanto che il presidente della Repubblica – con un monito formalmente impeccabile ma politicamente piuttosto irrituale di fronte a un governo non eletto – ha chiesto al parlamento di non cambiare i testi dei decreti legge già in vigore con modifiche non attinenti.

Monti insomma festeggia la fine dei suoi primi «cento giorni» a Palazzo Chigi rivendicando la manovra di fine anno e il ritorno dell’Italia sui palcoscenici d’Europa e del mondo.

Ma in casa i partiti che lo appoggiano già si dividono sul dopo elezioni del 2013. La riforma del lavoro e dell’articolo 18 rischia di mandare la maggioranza Alfano, Bersani, Casini in frantumi. Senza contare il caos che regna nella Confindustria del dopo Marcegaglia e le divisioni dei sindacati confederali.

Governare con partiti e sindacati spappolati – quelli che una volta si chiamavano corpi intermedi tra cittadini e istituzioni – può essere il sogno di qualche «tecnocrate populista» (come ragionava Michele Prospero ieri sull’Unità), non un progetto di governo realistico – per quanto liberista – in un paese massacrato dall’iniquità sociale, generazionale e territoriale che è alle prese con la peggiore crisi dell’industria privata e delle finanze pubbliche della sua storia.

Le contestazioni crescenti alla figura politica più apprezzata di quest’Italia 2012, Giorgio Napolitano, sono solo un sintomo di quanto, presto, potrebbe travolgere tutto e tutti.

dal manifesto del 25 febbraio 2012