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L'urto del pensiero

I tre macigni dell’Italia che sprofonda

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di PAOLO ERCOLANI

 

L’epoca della superficialità e della quantità assurte a cifre portanti della vicenda umana.

È la nostra epoca, purtroppo, quella in cui l’enorme mole di «informazioni» diffuse attraverso il circolo mediatico (Internet in primis) ci illude di possedere con un colpo d’occhio tutto il mare dello scibile e dell’accadere.

Ma è come un mare che vediamo attraverso l’intermediazione di una cartina geografica: lo vediamo tutto, sì, ne scorgiamo persino i confini, ma in realtà riusciamo a osservarne soltanto la superficie piatta. Come quella che ci potrebbe essere restituita, appunto, da una cartina geografica o dallo schermo di un televisore o di un pc.

Le profondità ci restano precluse.

Gesti rivoluzionari

Mai come in questa epoca l’approfondimento si rivela un gesto rivoluzionario e la comprensione un lusso riservato ai pochi che possono (e vogliono) tuffarsi in un pezzo di mare vero.

In un’epoca come questa il massimo della comprensione consentita consiste nella «presa d’atto» di qualcosa che accade necessariamente o, peggio, meccanicamente, senza che noi si possa anche solo pensare (e quindi tentare) un esito diverso.

Le vicende politiche ci rivelano questo meccanismo in maniera formidabile.

È qui che il teatrino mediatico fornisce il meglio (cioè il peggio) di sé, attraverso una narrazione fedele che appunto racconta ma non spiega. Fa vedere ma non approfondisce.

Secondo questa narrazione, ovviamente mutevole a seconda dei punti di vista, Renzi esce sconfitto, Berlusconi miracolosamente sopravvissuto, Salvini non decolla, il Movimento cinque stelle si prepara ad espugnare Roma. L’astensionismo cresce ancora. Fino ad arrivare al massimo della riflessione consentita: gli schieramenti storici sono in forte crisi, destra e sinistra non esistono più, il populismo è alle porte della città.

Tutto più o meno rispondente ai fatti reali, ma soltanto a un livello superficiale.

E dire che basterebbe poco. Per esempio interrogarsi su una domanda semplice e radicale: a cosa serve la politica?

Io credo che, in un contesto democratico, essa serva a far competere diverse proposte di soluzione dei problemi che riguardano un determinato contesto sociale.

Le fazioni che ottengono la maggioranza nella competizione elettorale, in tal senso, avranno a disposizione un tempo congruo ma limitato per dimostrare che le loro «soluzioni», se correttamente applicate, sapranno risolvere alcuni dei problemi che riguardano il suddetto contesto sociale.

Tre macigni

Se accettiamo questa definizione minimalistica ed essenziale, con tutti i limiti del caso, scorgiamo immediatamente tre grandi problemi che restano invisibili a uno sguardo fermo sulla superficie:

1) la Politica attuale, nella sua gran parte, non vuole, non può o non riesce più a intercettare i problemi concreti della comunità, a farsene carico e quindi a rappresentarli nelle sedi istituzionali con lo scopo di provare ad affrontarli ed eventualmente risolverli.

E questo non perché non vi siano più problemi da risolvere, ma perché la politica stessa si è oggigiorno genuflessa al finanz-capitalismo e ai suoi dogmi, ritenendo che i problemi di quest’ultimo siano i veri problemi da affrontare, rappresentare e risolvere. Che si regalino ai cittadini gli 80 euro, perché finché questi votano bisogna pur farli «contenti», purché essi ci lascino realizzare le nostre «riforme» che in realtà vengono richieste dai mercati e vanno anzitutto a beneficio dei mercati stessi. Una politica che si sottomette alle leggi dell’economia, invece di governarla e limitarla in vista di quel benessere collettivo dei cittadini che dovrebbe essere il suo unico scopo costituente, è una politica che si condanna alla fine.

2) In questo contesto Destra e Sinistra sembrano superate non tanto perché lo siano effettivamente quelle diverse categorie politiche che intendono risolvere i problemi dei cittadini ispirandosi più ai valori della gerarchia o più a quelli dell’uguaglianza (stando alla storica distinzione recuperata da Bobbio). Ma risultano superate perché le classi dirigenti che oggi «governano» i partiti di destra o di sinistra risultano affetti da due limiti sostanziali: da una parte il limite dell’ideologia, per cui la politica viene intesa come un tentativo di far prevalere la propria visione del mondo e delle cose anche se quella visione risulta anacronistica e quindi incapace di intercettare (e risolvere) i problemi concreti del tempo presente; dall’altra parte il limite dell’interesse individuale, per cui il politico di turno, privo di riferimenti culturali e programmatici, opera e agisce in vista del proprio esclusivo tornaconto personale (economico, di immagine, di potere), disinteressandosi completamente di quel «bene collettivo» che invece costituisce il nerbo e l’essenza stessa della «politica». Ciò, ormai, vale in tutti i settori della società, ma evidentemente produce effetti nefasti principalmente laddove ci si dovrebbe trovare in un contesto di interesse pubblico e generale.

3) I punti 1 e 2 sono stati resi possibili anche da un dato sostanziale, che storicamente si erge sovrano sulla società italiana e di cui ormai stiamo pagando gli inevitabili effetti. Questo dato di fatto concerne la totale sparizione di ogni minimo criterio di «merito» nella selezione della classe dirigente politica. Se questo è vero a tutti i livelli, perché a tutti i livelli ormai si sale al gradino della dirigenza soltanto se sei figlio di, raccomandato da, amante di etc., questo ancora di più è vero in politica. Cioè in quella dimensione centrale del vivere sociale in cui la qualità degli individui che vi operano si rivela centrale e indispensabile se si vuole un Paese regolato da buone leggi, governato da buoni ministri e, soprattutto, in grado di occuparsi dei problemi concreti che riguardano la cittadinanza.

Un paese che rinuncia da troppi decenni a selezionare le proprie classi dirigenti secondo il criterio del merito si autocondanna all’inefficienza e alla rovina.

Una politica che si comporta allo stesso modo, si condanna all’irrilevanza e all’incapacità anche solo di provare a risollevare il suddetto paese, di cui non è più rappresentativa e rispetto al quale è destinata alla più misera irrilevanza.

Ciò vale per chi «legge» la politica attraverso le «vecchie» categorie (destra, sinistra, etc.), ma anche per coloro (penso ai penta-stellati) che riducono il tutto a una sterile e poco credibile contrapposizione fra il «noi-cittadini-onesti» e il fantomatico «loro-politici-corrotti».

Da qualunque posizione si vogliano leggere le recenti elezioni amministrative, ma dirò di più: a qualunque schieramento politico si ritenga di appartenere o sentirsi vicini, rimuovere questi tre enormi macigni significa non soltanto condannarsi a non comprendere nulla del grande mare in cui stiamo nuotando.

Ma anche a sprofondarci in tempi brevissimi.