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La rete nel cappio

I social network delle rivolte arabe

Benedetto Vecchi

Una ragazza che non nasconde di essere lesbica; che posta testi antiregime,

ma anche le sue fantasie erotiche e che in breve tempo fa diventare il suo blog una delle fonti informative di riferimento dei giornalisti inglesi e statunitensi per capire cosa sta accadendo in Siria. I testi della ragazza, al secolo A Gay Girl in Damascus, sono considerati eccentrici, ma forniscono informazioni non tanto sulla rivolta siriana, bensì su come è cambiata la società siriana. Inoltre, dichiara orgogliosamente di essere lesbica, un atto di coraggio in una realtà dove lo Stato e la società civile non brillano molto per tolleranza verso l’omosessualità maschile o femminile. Poi arriva la notizia: Amina Abdallah Arraf al Omari, questo il nome della ragazza, è stata forse arrestata dalle forze di sicurezza siriane. Tam-tam nella Rete; iniziano le forme di mobilitazione a suo favore, fino a quando un giornalista statunitense, Andy Carvin,avanza il dubbio che A Gay Girl in Damascus sia un’entità fittizia e che non esiste nessuna Amina Abdallah.

Per una settimana, in Rete comincia il lavoro d’indagine per verificare o meno i sospetti del giornalista statunitense. Infine, la notizia: una ragazza che ha quelle caratteristiche esiste, ma non vive stabilmente in Siria e che molti dei post arrivano dalla vecchia Scozia, da Edimburgo in particolare (a questo proposito il rinvio è all’articolo apparso sul sito del quotidiano torinese “La stampa”). A questo punto la parola passa ai “professionisti dell’informazione”, che recitano il mantra che non sempre la Rete è affidabile, perché non la comunicazione non è gestita dagli “intermediari istituzionali” tra la realtà e chi consuma informazioni.

Tesi ampiamente maggioritaria tra i giornalisti, che spesso usano la Rete come fonte di informazione, ma rivendicano alla propria categoria professionale il compito ultimo di decidere se un’informazione sia corretta o meno. Quello che invece evidenzia questa vicenda sono altri temi, centrali nel rapporto tra Rete, media tradizionali e movimenti sociali. A una domanda preliminare va data comunque risposta: quello che ha postato la ragazza è una bufala? Per chi scrive, no. La forza del suo blog non stava nell’adesione a una qualche deontologia professionale, bensì nella capacità di restituire il clima culturale, sociale, politico della realtà siriana. La sua potenza comunicativa sta in questa operazione di svelamento, non se quello che scriveva era il risultato di un lavoro sul campo. Anche perché se questo è il criterio di giudizio sulla correttezza dell’informazione, gran parte di quello che viene trasmesso, diffuso, scritto dai media è il frutto di una continua elaborazione, manipolazione di chi siede a una scrivania e “certifica” quello che circola a colpi di click di un mouse.

Tolto di mezzo questa specificazione iniziale, va affrontato il cuore del problema, cioè che tipo di rapporto intercorre tra Rete, media e movimenti sociali. Per affrontarlo, parto da un incontro che si è tenuto a Roma venerdì scorso sulle cosiddette “primavere arabe”. Organizzato da “il manifesto”, giornale in cui lavoro, contemplava una sessione su come la Rete ha contribuito alla rivolta tunisina, egiziana e come è utilizzata in Siria, Barhein, Yemen, Libia. Peccato che non si è riusciti a coinvolgere i mediattivisti iraniani,che negli anni scorsi hanno fatto conoscere l’”onda verde” in Iran usando accortamente e con perizia la blogsfera, Twitter e Facebook. In ogni caso, interessantissime sono state le testimonianze di Nermeen Edress e Amira Al Hussaini. Ma su questo rinvio agli articoli di Marina Forni e Fausto della Porta, apparsi su il manifesto del 11 giugno. In ogni caso, la tesi di Nermeen Edress risulta la più provocatoria. Secondo la studiosa,attivista, giornalista la Rete è stata solo uno strumento informativo, perché la rivoluzione in Tunisia, Egitto è stata fatta nelle piazze,cioè fuori dallo schermo. E nelle strade si battono i libici che vogliono cacciare Gheddafi, i siriani che vogliono distruggere la gabbia d’acciaio del regime siriano, e così via.

Tesi condivisibile, ovviamente, ma tuttavia impermeabile e indifferente a un’altra tenenza che coinvolge la Rete. In primo luogo, il rapporto tra la vita dentro lo schermo e quella fuori non è raffigurabile secondo la dicotomia tra virtuale e reale. La Rete, infatti, è diventata parte integrante della vita reale. La connessione al World wide web non è una prerogativa di una minoranza, ma esperienza quotidiana per miliardi di persone. Anche perché si è on-line usando non un computer, ma un semplice telefono cellulare, manufatto usato tanto al Nord che nel Sud del Pianeta. A mo di esempio: molte delle immagini, racconti sulla mobilitazione iraniana di due anni fa sono stati veicolati da Twitter, cioè da un social network che ha fatto della convergenza tecnologica tra telefono e Rete il suo punto di forza. Dunque si è in Rete anche senza un computer.

Il venir meno del confine tra reale e virtuale non è esente da problemi. Infatti, entra in campo un altro fattore, cioè che i media tradizionali esercitano un potere sociale e politico che rende politicamente ancora efficace il vecchio adagio che l’opinione pubblica si esprime attraverso la Tv,la radio e i quotidiani. E’ questa una vera e propria convenzione, seppur una convenzione legittimata attraverso un gioco di specchi tra sistema politico, potere economico e forme organizzate degli interessi, per restare al linguaggio algido del pensiero mainstream liberale. In altri termini i media sono legittimati in quanto produttori dell’opinione pubblica da chi quei media dovrebbe controllare.

Le primavere arabe, ma lo stesso discorso vale anche nella vecchia Europa e negli Stati Uniti, dove la tv, la radio e i quotidiani sono spesso indicati come una “fabbrica del consenso”, indicano che l’opinione pubblica si forma, sempre più, al di fuori dei media tradizionali. Certo, affermare l’evanescenza dei media in paesi come la Tunisia e l’Egitto, dove televisione e giornali sono stati sempre al servizio del potere, può sembrare un’ovvia banalità. Ma questo declino, meglio difficoltà dei media a produrre opinione pubblica vale anche per il vecchio e il nuovo mondo occidentali.

I social network, la blogsfera veicolano sempre più informazioni, punti di vista che incontrano l’appeal e l’adesione di una società civile che punta a sottrarsi al potere manipolatorio dei media mainstream, attraverso modalità che fanno della condivisione il perno su cui fare leva per sviluppare una sfera pubblica autonoma da quella imposta dal potere politico, economico e delle corporation dell’informazione. In un linguaggio a tratti oscuro, nella Rete si sviluppano nuvole di dati, informazioni che si diffondono, si restringono, sono elaborate dalla cooperazione sociale presente nel Web. Facebook, Twitter e la blog sfera sono le infrastrutture di questo cloud computing. E su queste nuvole che Google, Facebook, Twitter,ma anche Yahoo!, Apple, Microsoft vogliono fare affari. Diventare l’infrastruttura del cloud computing significa accedere a quel settore che costituirà il mercato degli anni a venire. Tutte le imprese vogliono acquisire un vantaggio sulle altre, stabilendo così delle barriere di ingresso per i nuovi venuti. Ma sono altrettanto consapevoli che le nuvole devono formarsi al di fuori di contesti professionali standardizzati. In altri termini, la cooperazione sociale deve mantenere la sua autonomia. La partita si gioca sulla riconduzione del bene comune conoscenza e informazione alla regola del libero mercato per questo la querelle sul diritto d’autore è così importante: non sono per garantire le rendite di posizione sul software, ma anche per effettuare l’enclosure del sapere diffuso. Anche in questo caso, un esempio. La battaglia condotta dai media tradizionali per imporre a YouTube il rispetto del copyright ha due obiettivi. Uno di breve termine (il pagamento delle royalties sul sapere già codificato) e un altro di lungo periodo: far diventare il diritto d’autore il dispositivo per le nuvole di dati che verranno. E, fatto non irrilevante, rientrare in gioco. Già, perché, e qui ritorno all’incontro sulle primavere arabe, e in particolare all’intervento di Donatella Della Ratta, ci sono anche altri protagonisti che vogliono occupare un posto di rilevo. Il riferimento è ai media arabi (Al Jaazeera, Al Arabya), ma anche a quei media globali (Cnn, Bbs, News Corporation) che sono consapevoli che l’egemonia nel campo dell’informazione e dell’intrattenimento si avrà solo se riusciranno a diventare il motore del cloud computing, cioè vincolare i singoli e i gruppi a un’impresa per stare in Rete, lasciando relativa autonomia e libertà alla produzione di contenuti.

La posto in gioco è dunque quel nuovo modo di produzione della pubblica opinione che oscilla tra autonomia e sussunzione, per evocare l’immagine marxiana del passaggio al capitalismo. Soltanto che in questo caso, il passaggio è da una forma di capitalismo ad un’altra, con un regime di accumulazione distinto da quello precedente, ma incentrato comunque su un lavoro vivo e una cooperazione sociale elementi centrali nella produzione della ricchezza e da ricondurre quindi alla legge del valore, e dunque del plusvalore relativo e assoluto.

.Mi sembra questo l’elemento non secondario che emerge dalle primavere arabe. Tendenze, dirà qualcuno, che possono essere smentite dal divenire storico. Certo, come sempre. Ma oltre a stare dalla parte di chi ha cacciato dittatori e chi ancora non ci è riuscito (Libia, Siria, Yemen, etc.), occorre cominciare a riflettere su come viene prodotta l’opinione pubblica. E chi come l’opinione pubblica è una categoria buona, appunto, per normalizzare le rivolte nel Nord Africa. Perché i movimenti non sono opinione pubblica, ma spazi di politicizzazione dei rapporti sociali. Cioè lo strumento affinché il cloud computing creato dal conflitto sociale e di classe non diventi materia prima del capitalismo digitale.

  • dario gasparini

    per capire qualcosa della faccenda della “lesbica siriana” andate sul sito di El Pais: http://www.elpais.com/articulo/internacional/estadounidense/detras/bulo/bloguera/siria/secuestrada/elpepuint/20110613elpepuint_4/Tes
    questo articolo sembra fare tabula rasa di almeno 50 anni di riflessione sulla manipolazione e produzione della “opinione pubblica”. non è che le bufale diventano ontologicamente diverse solo perche vengono propagate via internet piuttosto che con il solito passa parola “analogico”.

  • Adele

    Ero gia’ piuttosto scettica su questi blogger eroici che ci parlano di quanto sono oppressi da paesi belli e difficili. Ora poi si scopre che la lesbica siriana e’ un bel ragazzone statunitense: che sorpresa! Esistono sicuramente tanti blogger genuini ma per favore ricordiamoci come sia facile inventarsi una nuova identita’ e raccontare balle su internet! Smettiamo di essere la I-diot generation!