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Haka!

I magnifici 15

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E’ il giochino preferito di tutti coloro che scrivono di rugby. Il Top 15, ovvero: la tua squadra ideale, ruolo per ruolo. Appuntamento immancabile e buona occasione per discutere, con tigna e puntiglio.  E allora vai con il Top 15 di questo Sei Nazioni che si è appena concluso.

Qualche premessa. Non c’è praticamente traccia del Galles che pure ha vinto le due ultime edizioni del torneo. Ma quest’anno i suoi campioni hanno pagato pegno: due anni ai vertici e il massacrante tour estivo dei Lions in Australia, tre test-match nei quali i gallesi hanno costituito l’ossatura della squadra. Lo stesso vale per la Scozia (nessun presente nel XV ideale) e per l’Italia (un solo giocatore: Joshua Furno), due squadre che hanno fatto la parte dello sparring partner in quasi tutti i match disputati.

15. Mike Brown (Inghilterra). Una meta messa a segno con la Francia, una con la Scozia, due con l’Italia. L’estremo degli Harlequins è poco propenso al gioco al piede ma in compenso ha una abilità nell’infilarsi negli spazi che fa impressione. Esemplare anche in difesa. Tra un anno al mondiale farà faville.

14. Yoann Huget (Francia). 1.90 per 97 chili, potenza e corsa da cavallo di razza, difficile fermarlo una volta lanciato. Una super-ala dal fisico esplosivo che si è presentato con due mete che hanno precluso il discorso Grande Slam agli inglesi, e un’altra alla Scozia. Uno dei pochi punti fermi nella sua nazionale.

13. Brian O’Driscoll (Irlanda). Alla faccia del canto del cigno. Con l’Italia ha sciorinato tutto il meglio del suo repertorio, negli altri match ha sempre e comunque lasciato il segno. Nel Sei Nazioni fin dalla prima edizione, si è concesso il lusso di un commiato con il trofeo tra le mani. Ci mancherà, ma soprattutto mancherà all’Irlanda.

12. Billy Twelvetrees (Inghilterra). Giocatore prezioso ancorché poco visibile, il centro di Gloucester, e Stuart Lancaster l’ha ben compreso, schierandolo sempre in formazione. Ha guardato le spalle a Farrell e si è proposto in ogni momento utile. Una mole di lavoro difensivo che si è fatta sentire.

11. Jonny May (Inghilterra). Ha dato un tocco di devastante imprevedibilità al gioco della sua squadra. Quando comincia a correre di traverso sfilaccia le linee difensive e i suoi cambi di direzione hanno sempre fatto male, tanto male. Un cavallo pazzo, e dio sa quanto serve nel rugby scientifico del nuovo millennio.

10. Jonathan Sexton (Irlanda). La consacrazione definitiva per l’apertura chiamata a sostituire Ronan O’Gara in cabina di regia. Due mete all’Italia e due, decisive, a Parigi in un match che l’Irlanda ha rischiato di perdere. Tanta qualità sia in attacco che in difesa, micidiale nel gioco al piede con grabber maligni e bei calci di spostamento. Ha prevalso nella sfida a distanza con Owen Farrell.

9. Danny Care (Inghilterra). A 27 anni è già un veterano, con una lunga carriera segnata da infortuni e qualche incidente fuori dal campo. Quest’anno sta infilando la miglior stagione. La velocità del gioco inglese passa soprattutto dalle sue mani. Mete preziose con Irlanda e Galles.

8. Toby Faletau (Galles). Tra i pochi della sua squadra a non risentire troppo del tour coi Lions, dove peraltro non era nel XV titolare. Grande mobilità e presenza fisica in una terza linea gallese che ha spesso annaspato. In meta contro la Scozia.

7.  Chris Henry (Irlanda). A 29 anni, e con un’onorata carriera nell’Ulster e qualche apparizione in nazionale, si è trovato a dover sostituire l’infortunato Sean O’Brien, una di quelle guardie che nessuno vorrebbe trovarsi di fronte. Ha assolto il compito magnificamente, dando il suo contributo a un gioco irlandese che nei punti di incontro ha fatto la differenza contro tutti.

6. Peter O’Mahony (Irlanda). Torneo monumentale, il suo. Coriaceo quando il gioco si faceva duro (cioè sempre), decisivo in tante rimesse laterali, ha fatto da solo da trincea sul lato chiuso.

5. Courtney Lawes (Inghilterra). Nei placcaggi ha l’istinto del tagliagole – e del resto è nato a Hackney, sobborgo tra i più malfamati di Londra, papà e mamma di origini giamaicane. Stratosferico sulle touches, aggressivo e mai stanco. Ha solo 25 anni, che per un seconda linea è una giovane età. Migliorerà ancora.

4. Joshua Furno (Italia). Brunel lo ha alternato nei ruoli di seconda linea e di blind-side flanker, confidando nella sua mobilità, inaspettata in un ragazzone alto due metri. Man of the Match (con meta) nella partita persa contro la Scozia, un po’ appannato con Irlanda e Inghilterra, quando tutta la squadra azzurra è collassata. Grandi speranze.

3. Mike Ross (Irlanda). Con lui se la sono vista brutta tutti. Difficile farlo arretrare e quando gli è toccato fare argine l’omone si è fatto diga.

2. Dylan Hartley (Inghilterra). Ha la faccia antipatica, di quelli che provocano il dirimpettaio di fronte. Alla coppa del mondo si era distinto fuori dal campo per un paio di episodi poco onorevoli, adesso sembra essersi dato una regolata. Architrave della prima linea inglese, che è sempre un marchio di qualità.

1. Cian Healy (Irlanda). Poderoso ma soprattutto dotato di ogni astuzia nel gestire l’ingresso in mischia. Si è masticato Castrogiovanni, ha fatto vedere i sorci verdi a Mas, ha messo a posto Adam Jones. Capace di impensabili agilità con la palla in mano. Un fuoriclasse.