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in the cloud

I giornali non servono a dirigere il traffico

Non pensare alla tua “diffusione”, pensa alla tua “comunità”. Questo semplicissimo mantra dovrebbe essere scolpito sulle scrivanie di tutte le redazioni del mondo. Perché tutte le redazioni del mondo (almeno di quello occidentale) hanno lo stesso problema: la fine della stampa e di tutta l’industria della carta stampata come oggi la conosciamo.

Come reazione alla rivoluzione digitale, i giornali italiani hanno costruito finora modelli editoriali che puntano tutto sul “traffico”, che sia il numero di contatti sul sito o il numero di copie vendute in edicola o in abbonamento. Accantonando completamente ogni aspetto interattivo, quasi fisico, con la propria comunità di lettori. Anche la possibilità di commenti serve a questo, aumentare la quantità più che la qualità. Visto che nessun giornalista o quasi risponde alla matassa inestricabile che cresce sotto e attorno ai propri pezzi. Nel tempo perciò i siti Internet dei principali quotidiani italiani si sono trasformati in rulli lunghissimi di notizie disorganiche, pieni di pubblicità, filmati e foto con poco valore giornalistico reale. Tutto fa brodo pur di alzare i contatti e attirare occhi da consegnare agli inserzionisti.

I risultati forse sono spettacolari e tranquillizzano editori inquieti. Ma come negli anni ’90 l’unica trovata era vendere film e libri in allegato, oggi tutto si riduce ad attirare migliaia di persone sui propri siti, incuranti di quello che succede prima o dopo. E gran parte di quello che succede prima o dopo si chiama Google, Facebook, twitter, blog, etc. Cioè reti “sociali”, in cui i lettori sono creatori/fruitori di contenuti più che lettori passivi e numeri buoni per la diffusione. Non c’è nessun contatto uno a uno sui siti italiani, che pure sperimentano riunioni di redazione in streaming che sono lodevoli ma pur sempre un tipo di comunicazione unidirezionale quando non semplicemente voyeuristico.

In poche parole: il Web italiano rischia di somigliare tantissimo alla nostra televisione commerciale, ossessionata dall’audience e dallo share, con enormi problemi di conformismo, mediocre qualità, format omogenei, linguaggi pigri, scarsissima curiosità verso l’eterodosso, il dubbio, la nicchia.

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Anche al manifesto ragioniamo da tempo su questi pericoli. E abbiamo preso un’altra strada. Sul nostro sito non ci sarà più pubblicità se non una auto-promozione di quello che facciamo. Non abbiamo costruito un rullo di notizie caotico ma pubblichiamo ciò che ci interessa nella sua purezza quasi integrale: il contenuto, cioè gli articoli, le foto, le vignette. Restituire un’esperienza di lettura e comprensione quanto più possibile senza “traffico” né “rumore”.

In più, cercheremo di potenziare al massimo a cominciare dal prossimo anno tutte le attività che interessano alla nostra prolifica e polemica comunità: forum di discussione, confronto con gli autori dei pezzi, dibattito su ciò che seguiamo o non seguiamo come giornale.

Da semplice editore, il manifesto digitale diventerà nel corso del 2014 una piattaforma editoriale a disposizione di altri soggetti politici, giornalistici e culturali. Saremo un po’ meno “padri” e più “madri”

Fino a diventare non più soltanto un “quotidiano comunista” o un editore autocentrato sui propri contenuti ma una vera e propria piattaforma editoriale, uno strumento al servizio di altri, una sorta di ombrello protettivo su altre realtà giornalistiche, associative e politiche che da sole non ce la farebbero a raggiungere un pubblico più grande.

Saremo un po’ meno “padri” e più “madri”, un’incubatrice di agenti del cambiamento. Piano piano metteremo al servizio della nostra comunità tutta la nostra esperienza quarantennale nella raccolta di fondi, competenza grafica, accortezza giornalistica. Abbiamo sempre pensato che il manifesto sia una casa comune. Adesso è ora di aprire porte e finestre e costruirla insieme più bella e più grande.