closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

I giornali non pagano l’Iva, nemmeno agevolata

Il mercato insano che piace alla Fieg. Conflitti di interesse. Cento testate rischiano di chiudere entro gennaio. Il governo azzera ogni intervento pubblico e aggrava le «anomalie» di una crisi tutta italiana.

Più mercato in edicola, per vendere più giornali bisogna stare sul mercato e farli meglio. Quante volte, attorno al manifesto, abbiamo sentito questo mantra? Innovazione, concorrenza, parità di condizioni, meritocrazia, il rosario è sgranato qualsiasi sia l’argomento in discussione. Ma in Italia, soprattutto se si parla di tv e informazione, quando uno sente queste parole farebbe meglio a mettere mano alla pistola.

Per una volta accantoniamo il gigantesco conflitto di interessi di un editore (Mediaset-Fininvest) che da solo (dati 2010) assorbe più pubblicità di tutti gli altri editori messi insieme e concentriamoci invece sulle contraddizioni magari meno note ma altrettanto significative dei liberisti di casa nostra.

Prendiamo ad esempio l’Iva sui giornali. Tutti sanno che i quotidiani sono considerati dallo stato un bene essenziale e costituzionalmente garantito, per cui (tranne quelli pornografici) sono tassati con un’Iva agevolata al 4% invece che al 10 o al 21%.

Sacrosanto, c’è l’articolo 21, bisogna garantire il pluralismo, incentivare la cultura e la lettura, etc. Pensate dunque che se andate in edicola e comprate un giornale da un euro, 4 dei vostri centesimi vadano allo stato?

Neanche per sogno, l’editoria è un settore che riserva sempre molte sorprese. In gergo infatti l’Iva sui giornali è detta «monofase», la pagano cioè soltanto gli editori, il primo soggetto a immettere il prodotto sul mercato e soltanto una volta. Il sistema è come una gigantesca vendita diretta: edicolanti e distributori sono considerati semplici veicoli dell’informazione (non possono determinare prezzi o quantità, non corrono rischi di resa) e la proprietà della copia stampata, finché non finisce nelle vostre mani, è tutta e solo dell’editore, che se non la vende se la riprende come resa e non paga nulla.

Secondo l’erario 4 giornali su 5 vanno al macero

A questa struttura storica se ne affianca un’altra, che è quella dell’Iva estimatoria. L’editore non fa in tempo a calcolare ogni giorno quanti giornali ha venduto veramente, perciò lo stato fa una stima e gli impone un imposta forfettaria del 4% alla fonte.

Su quante copie? Il 20% di quelle che l’editore dichiara di stampare. Lo stato cioè considera economicamente sostenibile che l’80% dei giornali italiani finisca al macero.

Vi pare realistico? Nemmeno il manifesto, tra i peggiori nel rapporto tiratura-resa, arriva a questa soglia di resa abnorme.

Secondo un articolo di Marco Gambaro pubblicato sul sito de la Voce.info, nel 2009 le prime tre testate nazionali avevano una resa del 21,9 per cento, mentre i quotidiani Ads tra le 20mila e le 50mila copie vendute giornaliere arrivavano al 22,1 per cento. Da allora le cose non sono cambiate molto. La realtà dunque è esattamente opposta a quella stimata dall’erario.

Più strano ancora. Lo stesso identico sistema si applica anche agli abbonamenti, che di certo non sono una resa: l’80% degli abbonamenti è esente da Iva. Per il manifesto è poca cosa, ma per testate come Sole 24 Ore e Avvenire, che hanno più di 80mila abbonati ciascuno, pagare l’Iva solo su 16mila copie è un aiuto (di stato) consistente.

E’ o non è, questa, una distorsione del mercato che avvantaggia alcuni editori – sempre i più grandi – e significa poco o nulla per tutti gli altri?

Una nuova Iva per il pluralismo

Sarebbe una discussione da fiscalisti. Se non fosse che da anni Mediacoop, Fnsi, Cgil, Pd e tanti altri chiedono l’aumento dell’Iva sui prodotti «non editoriali» (bamboline, secchielli, giocattoli, etc.) venduti in edicola proprio per finanziare il fondo editoria azzerato da Tremonti gravando così un po’ di meno sulle risorse pubbliche.

Il «voltafaccia» di Malinconico e della Fieg

Forse chi come la Fieg parla tanto di «mercato» e dipinge l’intervento pubblico come un esempio di «concorrenza sleale» che addirittura farebbe chiudere i «giornali veri» (così il presidente Carlo Malinconico sul Sole 24 ore del 20 ottobre) potrebbe riflettere su queste evidenti distorsioni fiscali e pensare a un riordino più realistico anche di questo sistema.

Certo, tra i suoi associati ci sono un gigante come De Agostini – il più grande distributore di oggettistica a prezzi agevolati nelle rivendite – ma anche giornali «veri» come Avvenire, Unità e Liberazione, che ricevono in modo trasparente e legittimo il contributo pubblico e non risulta abbiano mai fatto chiudere la Gazzetta o un’impresa quotata in borsa.

E’ sorprendente che i presunti paladini del mercato, per dirne una, vogliano trasformare il fondo per il pluralismo in un nuovo fondo per l’innovazione, un micro-salvadanaio dove possano attingere tutti i soggetti a prescindere.

In queste ore la Fieg pare correggersi e dice che non si possono «chiudere i giornali per decreto». C’è da augurarsi che inizi davvero a fare chiarezza in casa propria e sia disponibile, come negli anni passati, a ragionare su proposte serie e generali che garantiscano ciò che più dovrebbe stargli a cuore: la pluralità delle fonti di informazione e formazione civile del nostro paese.

dal manifesto del 28 ottobre 2011