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Antiviolenza

Centri antiviolenza: chiamiamoli femmicidi

Locandina della manifestazione contro il femmicidio che si svolgerà oggi a Enna

Oggi a Enna si svolgerà la fiaccolata contro il femmicidio in Italia organizzata dalle associazioni di donne per ricordare Vanessa Scialfa, la ragazza siciliana di vent’anni uccisa dal fidanzato che dopo averla strangolata ha gettato il corpo da un cavalcavia. La fiaccolata si muoverà alle 18.30 da Piazza Europa per giungere a Piazza Vittorio Emanuele dove è installata la mostra delle 360 scarpe che rappresenta il numero delle donne uccise dal 2008 al 2011. La mostra è allestita dallo sportello antiviolenza DonneInsieme Sandra Crescimanno di Piazza Armerina.

IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E  INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.

Appello dell’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne sul territorio italiano

La violenza dei numeri, la responsabilità di tutti

Dall’inizio dell’anno sono 54 (oggi sono già aumentati a 57 ndr)  le donne uccise solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica. Noi li chiamiamo “femminicidi”. L’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano, richiama le istituzioni ad un atto di responsabilità politica nei confronti del fenomeno della violenza maschile sulle donne nel nostro Paese e chiede ancora una volta che la lotta alla violenza sulle donne sia una priorità strategica nell’agenda politica italiana. Il tema della violenza maschile sulle donne va affrontato secondo l’ottica della differenza di genere per superare la storica ma sempre attuale disparità di potere tra uomini e donne negli ambiti, politici, sociali, economici e culturali. Si continua oggi ad assistere alla mercificazione del corpo della donna considerato oggetto di scambio, privo di libertà e di diritti. Comportamenti e linguaggio sessista minano la posizione sociale della donna e peggiorano la sua immagine, rendendola ancora più vulnerabile. Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo hanno  evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano di “assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine,  hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale. E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne. A fine aprile del 2007 erano ventinove le donne uccise, oggi sono cinquantaquattro. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza  di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto. Sono quasi 14.000 le donne che ogni anno si rivolgono  ai Centri Antiviolenza e alle Case aderenti a D.i.Re.  Il 78% sono stati “nuovi casi”,  il  71% di nazionalità italiana. Gli autori di questi reati sono stati per il 64 % partner il 20% ex, l’8% familiare, 6% conoscente, e solo il 2% estraneo. Questo mentre secondo i dati Istat, quasi sette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto. Questo  particolare momento di crisi economica, sociale, politica e culturale coinvolge direttamente anche i centri che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella lotta alla violenza contro le donne. Non possiamo, però,  accettare che ciò si traduca  in un  indebolimento dei diritti delle donne vittime di violenza. D.i.Re, i Centri Antiviolenza e le Case delle Donne,  che in oltre  vent’anni di attività hanno supportato migliaia di donne, aiutandole ad uscire dalla violenza e a conquistare la libertà,  chiedono perciò con forza alle istituzioni nazionali e a quelle locali di rafforzare e sostenere con ogni mezzo le politiche necessarie alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne. Rafforzare si traduce nel non tagliare i fondi, non chiudere i Centri antiviolenza o cosa ancora peggiore lasciare che queste realtà – in molte città unici luoghi di rifugio e aiuto per le donne –  vengano meno nel silenzio e nel disinteresse delle istituzioni. E firmare la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne passaggio nodale del percorso di armonizzazione delle leggi, delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta  da numerosi paesi europei con l’impegno di combattere la violenza di genere. Solo così sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri,  che ci raccontano una realtà dove la soppressione anche fisica della donna diventa mezzo abituale per chi non è in grado di affrontare la complessità della realtà.

D.i.Re è associata alla Rete Europea Wave (Women against Violence Europe) e alla Rete Mondiale GNWS (Global Network of Women’s Shelters).                                                   

  • bozo4

    Care compagne femministe,

    posso farvi una domanda? Per caso voi vi occupate solo di donne che muoiono per mano di orchi italici?

    Che soluzione indicate ad una donna asiatica neoitaliana che pensi al problema della pena di morte domestica per donne disobbedienti oppure di bambine orrendamente mutilate, per mano di proletari asiatici o orride maman africane? È auspicabile che la cittadinanza italiana, con conseguente diritto di voto, cada su vettori di così tanta arcaicità? A quella neoitaliana consigliate di votare per la destra ?

    E venendo a quello che forse è il punto: è per le donne italiane il femminismo una appartenenza meno profonda della disciplina di partito ? E in caso di risposta affermativa: potrebbe un cambiamento di atteggiamento delle donne italiane in tal senso migliorare i risultati teorici e pratici nel campo della lotta ai crimini di genere ?

    Grazie per avermi letto.

  • Silvia

    Non mi pare che si occupino solo di donne che muoiono per mano di “orchi italici”, infatti nelle statistiche di donne morte per mano del marito/compagno ci finiscono anche le straniere, o le italiane col marito straniero.
    Qualsiasi donna, italiana o “asiatica neotialiana”, che subisce violenza domestica e’ invitata a chiedere aiuto, e lo riceve al di la’ della propria nazionalita’.

    Quello delle FGM e’ un tema diverso, e Lei lo tira in ballo qui solo per far quadrare la sua ottica xenofoba, che vedo in ogni post.

  • bozo4

    “È invitata a chiedere aiuto, e lo riceve al di la’ della propria nazionalità” — traduzione italiana alla luce di vari articoli suL Manifesto: l’ aiuto, in Italia notoriamente gravemente insufficiente per le donne indigene, neanche raggiunge la stramaggioranza di quelle immigrate.

    Adesso USA e Germania cercano di importare immigrati ad alta istruzione bloccando gli altri, e comunque tenendo sotto controllo il numero totale; date le abitudini di noi “Sapiens” quando ci troviamo allo stadio arcaico o in carenza di Kmq, sarebbe interessante discutere se questa forma di “xenofobia” abbassa il rapporto (numero annuo di morti ammazzati per il “reato” di essere donna o omosessuale) / numero di abitanti.

    Un corpo elettorale che ha tenuto l’ Italia per 17 anni nel mirino di Berlusconi rischia di dare cittadinanza e quindi voto a ulteriori milioni di persone potenzialmente ancor più allo stato arcaico di noi, un vero affarone. L’ Italia cerca faticosamente di uscire dalla sua Alba dei Tempi e si concede il lusso di far da lavatrice a quella degli altri … se questa è la mission, beh finché non freniamo la sovrappopolazione del nostro territorio rischiamo di fare un buco nell’ acqua con in più una catastrofe balcanica in casa.