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Nuvoletta rossa

How Hard, Chaykin: il ritorno di “Black Kiss”

Per mettersi a fare fumetti erotici negli Stati Uniti bisogna essere gente di fegato. Nel Paese che ha reinventato il calvinismo, imbullonandoci sopra un sistema di valori che culmina nella pratica delle camere separate, quello che succede oltre le colonne d’Ercole del basso ventre può creare discreti sconquassi: e ne sanno qualcosa idoli decaduti del calibro di Bill Clinton, Tiger Woods o il recentemente trombato (in senso metaforico) David Petraeus… Se le cose stanno così nel mondo reale, figurarsi cosa può succedere in un ambiente come quello del fumetto, roba  per ragazzini semideficienti secondo il buon senso comune, e cristallizzato in quella forma fin dagli anni 50 attraverso il Comics Code Authority, il temuto “bollino di garanzia” che fino alla creazione di una serie di codici di classificazione più autonomi e up to date, ma qui parliamo degli Anni duemila, ha distinto i comic books fra quelli accettabili e quelli no.

Risultato: in Europa abbiamo visto esplodere il cattivissimo Zanardi di Pazienza, le sporcaccionate tutte occhio e cervello di Guido Crepax, il sesso viscerale di Manara, quello più gioioso e giocoso di Roberto Raviola in arte Magnus. Lì in America, invece, poca roba davvero adulta, vengono in mente le tijuana bibles degli Anni 30 e 40, i fumetti bondage di Willie e Stanton e la spettacolare ma misconosciuta Omaha the Cat Dancer del duo Reed Waller-Kate Worley, roba comunque lontana dal circuito mainstream. Fuori dai giochi anche Sin City di Frank Miller: lì, full frontal e perversioni molto eventuali sono affogate in oceani di china nera, per non turbare gli animi troppo sensibili. Ma la serie noir molto sui generis di Miller, attualmente al lavoro come regista sul secondo film ispirato al fumetto, può servire come pretesto per tornare alle radici del fumetto iconoclasta Made in Usa. Perché segue di quasi un decennio quello che è uno dei fumetti più forti, divertenti e realmente scandalosi mai prodotti negli Stati Uniti: Black Kiss di Howard Chaykin, originariamente pubblicata negli states a fine anni 80, passata in Italia come una meteora a inizio Anni 90 sulle pagine della magnifica rivista “Nova Express”, e ora di nuovo sugli scaffali per i tipi di Magic Press.

Il magnum opus di questo ebreo newyorchese con trascorsi fra Marvel e DC Comics cita Nagel, Dashiell Hammett, “American Psycho” di Ellis e alcune sue precedenti incursioni molto personali nello sciocchezzaio supereroistico reaganiano, una su tutte American Flagg!, molto discussa e molto premiata. Ma Black Kiss prelude anche al lungo esilio di Chaykin dalla scena fumettistica, e alla sua temporanea metamorfosi come autore di cinema e Tv (Heavy Metal, Flash, Mutant X…). E per capirne i motivi, basta un’occhiata a questo volume di 140 pagine: non sono molti i fumetti che trattano di vampiri, film porno sottratti agli archivi vaticani, transessuali, eroina, jazz, sette sataniche, sesso orale, e altre delizie. Pare brutto, e per chi pensa male lo è, anche perché al contrario di altri fumetti dichiaratamente erotici qui le donne o presunte tali sono padrone del gioco hard boiled o semplicemente hard. E un fumetto in cui le donne comandano fa paura davvero. Chaykin conduce il divertissement (n)erotico senza prendersi troppo sul serio, ma dando sfogo a tutto il suo talento nei dialoghi bizzarramente screwball ottimamente tradotti dalla scrittrice Susanna Raule e nei disegni, memori dei suoi trascorsi come assistente di Gil Kane e Neal Adams, come pure di tutte le derive pulp della sua formazione. Matt Fraction, uno dei cartoonist più furbi e geniali attualmente in circolazione negli Usa, ha sintetizzato Black Kiss nella definizione “ritratto dell’artista come un giovane arrabbiato con un piano di fuga verso Hollywood a tenuta stagna”. Regalo di Natale? Magari anche sì, dai. Per tredici euro, si può anche fare.

  • CREPASCOLO

    Il vecchio Howard in molte foto ricorda Rankerox nella prima incarnaz non troppo muscolare di Tamburopazliberatore. Ha la stessa faccia di gomma del vecchio Bob G. nel film che Alan Parker ricavò dal lavoro dei Pink Floyd. E’ il mio tassista che mi porta a Manhattan quando non ho ancora digerito il jetlag. E’ capace di raccontarti per ore e ore di quel graphic novel a cui sta lavorando in cui Tigre di Legno, il solito ninja fuorisede, è assunto per dare la caccia ad un vestito senziente e macchiato del peccato dello American Scream ( cit Shade the Changing Man di Milligan/Bachalo ndr ). Una storia piena di chirurgia sperimentale e di catene come in una combo delle cose di Ellis x la Avatar e di Lucio Dalla, con i CIA Citizens Control Commandos che riempono i media di meme con lo scopo di restituire agli USA la realtà virtuale di Happy Days pre salto sullo squalo di The Fonz con un Prez che non debba discutere in aula di salto della quaglia ed agli orali preferisca quanto scritto nel famigerato dossier che, secondo Medvev, tutti i leader leggono per sapere dove si trova la Roswell in cui da decenni si cerca di far praticare sesso agli alieni senza successo ( drogati da FB ? ). A wonderful world, indeed.