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losangelista

Hollywood perde la prima cyber-guerra

Lo screener "sequestrato" di "The Interview"

Lo screener “sequestrato” di “The Interview”

All’epoca a qualche genietto del reparto marketing della Sony deve essere sembrato una trovata geniale quando ci hanno mandato, a noi critici di Los Angeles, lo screener di The Interview con all’interno il DVD mancante – sequestrate dal “caro leader” . Sembra un secolo fa ormai, prima che la vicenda Interview diventasse prima una storia demenzialmente autoreferenziale, degna di essere essa stessa nella sceneggiatura del film, poi uno scandalo hollywoodiano e assurgesse infine ad affare di stato, appena oggetto principale di una conferenza stampa presidenziale. Sì, perchè sulla modesta commedia di Seth Rogen e James Franco che abbiamo visto qui a fine novembre (ma che ora probabilmente non uscirà mai – almeno in sala) si è scatenata la prima cyber-guerra del millennio, ufficiale ora che Obama e l’FBI l’hanno definitivamente attribuita alla Corea del Nord, e gli USA l’hanno persa. D’altra parte da tempo si sa che Nordcoreani in fatto di guerra informatica sono una vera superpotenza – non tanto per le capacità offensive che avrebbero coltivato ma per l’ideale refratterietà alle rappresaglie. Malgrado la promessa di Obama di “retribuzione commisurata” il fatto è che più una nazione è tecnologicamente arretrata più è difficile nuocerle tecnologicamente. Nell’era dell’hacking “militarizzato” è l’occidente il bersaglio davvero vulnerabile. Adesso ne sanno qualcosa allo studio di Culver City, dove hanno scoperto che in epoca postmoderna di confitti asimmetrici e digitali, una guerra si può perdere a colpi di email imbarazzanti quanto e più che con le vere esplosioni. Il terreno a Hollywood è coperto di cadaveri virtuali, quelli delle reputazioni così cruciali nella gestione di un business tutto basato sui delicati rapporti con produttori agenti attori e politici. Ne sa qualcosa Amy Pascal la mogul della Sony che ha visto spiattellate le proprie riservate maldicenze su colleghi e star e perfino il presidente. Davanti all’attacco inedito il fuggi fuggi è stato vertiginoso. L’industria ci ha messo un minuto secco a defilarsi in blocco. Attorno allo studio in crisi si è formato il vuoto e quando in panico il film è stato ritirato (dopo che gli esercenti avevano tutti voltato le spalle) nessuno si è mosso o detto una parola. Un silenzio assordante che ha fatto il vuoto perfino attorno al benvoluto George Clooney che ha tentato di circolare una petizione di solidarietà con la Sony fra le altre major. Neanche un solo addetto ai lavori vi ha apposto la firma. Incredulo l’attore ha inveito contro la propria industria in una lunga intervista in cui ha urlato ai colleghi “vogliamo davvero lasciare che un cazzo di Kim Jong Un qualsiasi decida quello che possiamo e non possiamo vedere qui da noi?”. Ma a Hollywood il silenzio è stato assoluto; non si vedeva una paura tale dai tempi delle liste di McCarthy. Oggi Obama da Washington si è unito al partito di Clooney sostenendo che la Sony “ha sbagliato” a ritirare il film. “Se glielo consentiamo con una commedia di Seth Rogen, cosa faremo quando attaccheranno un documentario o un telegiornale?” ha chiesto il presidente. Poco dopo Sean Penn ha detto che le porte ora sono spalancate per ISIS o chiunque volesse seguire l’esempio. A Culver City si sono trincerati dietro un debole “non avevamo scelta” non escludendo una distribuzione online. Intanto a Pyongyang presumiamo, neanche i più ottimisti potevano immaginarsi una vittoria così eclatante.  

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