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losangelista

Hollywood Awards: celebrazione e malinconia

Iniziera’ ufficialmente il 15 gennaio, con la cerimonia dei Golden Globe  “l’award season”  di Hollywood e la citta’ freme nell’attesa, come Rio prima del carnevale o Detroit prima del salone dell’auto. Gli studios lucidano i titoli di prestigio – gli stilisti aprono gli atelier , gli psicanalisti si preparano al festival del narcisismo. La gestione aziendale del glamour  in realta’ fa  di Hollywood un luogo curiosamente scialbo: ogni party e’ un meeting di lavoro, ogni tappeto rosso una manovra promozionale militarmente pianificata da agenti e uffici stampa secondo la precisa e complicata tassonomia di importanza che regola l’etologia della celebrita’. L’effetto al netto e’ di prosciugare ogni oncia di spontaneita’ da ogni festa,  per cui la fabbrica dell’ entertainment  e’ singolarmente incapace di divertirsi. Business is business, bellezza. Ad accenutuare il taglio solipsista, quest’anno si presentano favoriti  al via un’infornata di film sul cinema: Hugo e L’Artista in primo luogo ma anche My Week with Marylin– il dietro le quinte sul set londinese de Il Principe e la Ballerina nel ’57 e i mitici screzi fra la Monroe e Laurence Olivier, e Super 8 su una troupe di cineasti bambini. Non vogliamo biasimare il  trend: il filone autorefernziale dopotutto ha regalato capolavori del calibro di Sunset Boulvard e del Player di Altman; dovessimo segnalare una critica sarebbe la mancanza di quella sensibilita’ noir che caratterizza il meglio della filmografia sul cinema e annessi psicodrammi. Allo sguardo caustico dei classici del genere, gli aspiranti di quest’anno sostituiscono una solare celebrazione – la voglia di autocomplimentarsi forse in un momento in cui gli studios sono stretti fra la crisi dei finaziamenti e la sfida non risolta di nuovi contenuti e piattaforme (entrate in calo del 4% rispetto al’anno scorso – tornate ai livelli del ’95 – e crollo verticale del mercato DVD) . Ma il cinema e’ cinema e il pathos contemporaneo non puo’ non influire. Non saranno forse protagonisti dei prossimi premi (mai noti per essere eccessivamente coraggiosi),  ma ricordiamo che tre dei piu’ bei film visti quest’anno hanno in comune lo sguardo decisamente malinconico e per certi versi angosciante che fa parte ormai del quotidiano globale. Innanzitutto appunto Melancholia, il “disaster movie”  metafisico di Lars Von Trier, Martha Marcy Mae Marlene psico-thriller su cooptazione e fuga di una ragazza da una setta religiosa dell’esordiente “Sundanceiano” Sean Dunkin,  e Tree of Life malinconica elegia sullo sguardo infantile. Il resto poi e’ contorno.