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losangelista

Hollywood: i Forzati del Digitale

Effettisti incazzzati: con senza il nostro lavoro!

Effettisti incazzati: “con senza il nostro lavoro!”

Nello strascico del dopo Oscar a Hollywood si continua a parlare dell’episodio che fra lustrini e paillettes ha messo in luce una crisi che gli studios avrebbero preferito tenere nascosta. L”emergenza effetti speciali” e’ diventata un caso durante la cerimonia quando l’oscar e’ stato assegnato agli effettisti di Vita di Pi, il film di Ang Lee adattato dal romanzo di Yann Martel. Sul palco e’ salito a ritirarlo Bill Westenhofer, un pluridecorato supervisor della Rhythm & Hues,  ma quando dopo i ringraziamenti di rito ha voluto far menzione del fatto che la storica societa’ di FX aveva pochi giorni prima licenziato 250 effettisti, l’orchestra ha preso a suonare  (il tema de Lo Squalo) e il suo microfono e’ stato abbassato mentre le telecamere tagliavano  sul pubblico. E’ stato piu’ che un normale accorciamento di discorso, semmai un vero  azzittimento di Westenhofer e delle centinaia di suoi colleghi che all’esterno del teatro avevano inscenato una manifestazione per protestare i licenziamenti senza preavviso degli effettisti fra cui molti di quelli che avevano contribuito all’oscar. Pochi giorni prima della cerimonia  infatti la Rhythm & Hues, societa’ di punta e fra le piu’ anziane dato che e’ stata fondata nel 1987 – il giurassico del digitale –  ha dichiarato bancarotta, da cui le centinai di esodati senza tanti complimenti. La vicenda ha messo in luce la situazione drammatica in cui versa un  settore chiave su cui tra l’altro si fonda il successo di molti film che incassano centinai di milioni. Quello della R&H non e’ infatti un caso isolato, gia’ lo scorso settembre la Digital Domain, altra casa storica di FX fondata da James Cameron per inventare la cinematografia digitale di Titanic e tutti i suoi film, era fallita e molte altre societa’ di produzione specializzate rischiano di seguire i loro esempio. Col boom del cinema sempre piu’ digital la richiesta di un servizo altamente specializzato e intensivo cresce verticaltmente e cosi’ i costi che gli studios cercano invece i tutti i  modi di contenere delocalizzando il lavoro verso paesi terzi che offrono forti incentivi  (annoso flagello per le  maestranze di Hollywood) e soprattutto quelli in grado di offrire costi del lavoro inferirori di  molti ordini di grandezza secondo la ben sperimentata dinamica capitalista multinazionale. Le “leggi della fisica” che hanno spostato la manifattura di praticamente tutto verso fabbriche asiatiche a costo poco piu’ di zero hanno effetto insomma anche sugli effetti digitali che necessitano di gigantesche potenze di calcolo, milioni di ore di rendering e smanettamento intensivo di migliaia di programmatori per realizzare le migliaia di scene in CGI che i film di cassetta normalmente contengono. Perfetto esempio proprio il Pi  di Ang Lee che semmai utilizza le illusioni digitali in maniera piu’ raffinata ma che e’ quasi interamente “sintetico”, un ibrido vero di live-action e immagini di sintesi  create al computer. Ma il codice binario in cui viene svolto il lavoro e ora le capcita’ di trasmissione veloce dei gigateschi file grafici rende oltremodo facile  delocalizzare il lavoro verso India,  Cina e altri paesi che recenetemente promuovono attivamente il settore. La Digital Domain e’ stata infine rilvetata da un consorzio Indo-cinese e, squisita e amara ironia,  per molti artisti di R&H  l’ultimo lavoro e’ stato quello di costruire un mondo grafico attorno all’attore indiano,  Suraj Sharma, un mondo che ha vinto un oscar apena dopo che i loro posti di lavoro fossero definitivamente stato trasferiti in India, ormai diventata una grande potenza degli effetti. Si scopre cosi’ che dietro le scintillanti facciate visionabili nei multisala, e ai relativi guadagni (record quest’anno per gli studios) si nasconde un endemico caporalato globale del lavoro digitale che subisce un destino simile a quello che provano di questi tempi i lavoratori di tutti i campi creativi  il cui lavoro e’ declassato o reso gratuito dal frullatore globale della rete. Come per internet il lavoro degli individui nel campo del “content” e’ spesso ormai diventato gratuito ma continua pero; a afavoirire i guadagni di grandi coglomerati, che siano Apple e Google o  Paramount e Disney. A Hollywood significa disperdere un patrimonio locale, umano e di know how,  che ha sostenuto un secolo di cinema , uno tsunami di cui gli effettsti sono le ultime vittime ragione per cui serpeggia fra loro un malcontento non visto dallo storico sciopero degli animatori contro Walt Disney negli anni ‘40. La loro protesta si diffonde ora in rete, sui social network e in siti specializzati, come quello che ha pubblciato una significativa  lettera aperta ad Ang Lee.  Se la globalizzazione insegna difficile imporre una soluzione con norme e leggi ma in passato a Hollywood, quando si sono uniti, i sindacati sono riusciti ad ottenere riforme efficaci – in questo caso potrebbe essere vincente un modello cooperativo in cui i creativi digitali, sempre piu’ co-auotri, ottengano, anziche’ compensi fissi sempre piu’ risicati,  una percentuale dei lauti guadagni dei film.

  • Andrea

    Verrebbe da dire che anche i ricchi piangono. Interessante analisi e, per me, inaspettata.

    PS
    Per rispetto della testata, e del lettore, una passata al correttore ortografico non sarebbe stata male.