closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Holder: Coscienza Radical di Obama

eric-holder.si

Non è stato del tutto casuale se Obama e Eric Holder hanno entrambi invocato a più riprese il nome di Robert Kennedy durante la conferenza stampa per annunciare le dimissioni di Holder da 82mo Attorney General degli Stati Uniti . Kennedy aveva ricoperto la stessa carica durante la stagione delle lotte per i diritti civili dei neri e si era trovato – probabilmente anche suo malgrado – a desegregare le scuole e garantire le libertà civili delle minoranze contro i governatori e le guardie nazionali degli stati sudisti. Che Holder da canto suo sia stato il primo ministro di giustizia afroamericano chiude in qualche modo quell cerchio, portando a fruizione il lavoro iniziato allora dal giovane Kennedy. Nel caso di Holder il dato anagrafico –il primato di un nero al potere – è stato più politicamnente incisivo che non per il suo amico .Obama. Il primo presidente nero è spesso criticato per aver compensato con un ecceso di moderazione la propria identità razziale, quasi a voler meticolosamente evitare ogni potenziale accusa di parzialità. Alcuni esponenti afroamericani come di recente Tavis Smiley, sostengono che sotto Obama i neri abbaiano addirittura perso terreno sociale. Come attorney General intanto Holder si trovava a far fronte ad una serie di episodi di violenza razzista in cui erano implicate direttamente o indirettamente autorità giudiziarie e polizia locale. Casi come quello di Trayvon Martin ad esempio o la recente uccisione di Michael Brown per mano della polizia di Ferguson non sono certo singolari, semmai una antica routine che attraversa ininterrotta l’esperienza afroamericana e che è regolarmente alla radice di traumi sociali come le rivolte “razziali” – da Watts a Jersey City a Detroit a Los Angeles. In quelli più recenti però si è chiaramente vista la differnza che può fare avere in carica un attorney general dalla pelle simile a quella delle vittime. Holder ha aperto inchieste federali su numerosi casi di giovani neri ammazzati dalla polizia trasmettendo il messaggio che l’impunità non era più garantita. Dopo Ferguson ha specificamente condannato la militarizzazione della polizia anche questo un dato storico sempre dato per scontato. Una voce fuori dal coro a quei massimi livelli è stata una notevole, piacevole, novità. Holder ha allargato l’analisi critica al fenomeno sociale più lato esplicitamente denunciando “un utilizzo eccessivo della carcerazione” come rimedio sociale economicamente insostenibile oltrechè eccessivamente costoso in termini “umani e morali.” Il discorso che Holder ha fatto a questo riguardo l’anno scorso alla conferenza degli avvocati americani ha rappresentato una fondamentale inversione di rotta rispetto al giustizialismo rampante che per trent’anni ha riempito le galere americane di un incredibile 2,3 milioni di prigionieri – un quarto di tutti i detenuti del mondo. Statistiche dietro le quali si cela l’evidente perpetuazione di un razzismo istituzionalizzato: i neri d’America sono incarcerati ad un tasso sei volte superiore a quello dei bianchi; i prigionieri afroamericani sono 1 milione , ben oltre il 40% del totale malgrado costituiscano a malapena il 10% della popolazione. Eric Holder parlandone apertamente e “rooseveltianamente” è stato dunque il primo attorney general a rompere l’omertà istituzionale, articolando l’obbrobrio morale rappresentato dall’immagazzinamento delle generazioni di “sepolti vivi” nella “più grande democrazia occidentale”.Parlando del “circolo vizioso di povertà, criminalizzazione e incarcerazione che intrappola troppi Americani” ha ammesso che “il sistema giudiziario ha esacerbato invece di alleviare” molti problemi, guadagnandosi – non sorprenderà l’odio pastoso della destra. Di qui è passato a spingere per la fine delle crociate criminalizzanti come quella contro la droga che è stata assai selettivamente applicata contro i più deboli. “Ora che la cosiddetta War on Drugs sta per entrare nel suo quinto decennio,” ha detto il ministro, “dobbiamo chiederci se sia davvero stata efficace. Con la nostra enorme popolazione di detenuti dobbiamo chiederci se la carcerazione sia davvero usata per punire, dissuadere e riabilitare – o se si tratti in realtà di un semplice strumento per immagazzinare e dimenticare. La pura verità è che sia a livello federale che statale che locale è ormai divenuta inefficace e insostenibile. (Inoltre) dobbiamo riconsocere che una volta nel sistema, le persone di colore subiscono punizioni molo più severe delle loro controprati. Le sentenze “obbligatorie” hanno avuto con la loro inflessibilità un effetto destabilizzante sulle popolazioni povere e di colore. Negli ultimi anni i detenuti neri hanno ricevuto condanne più lunghe del 20% rispetto a quelli bianchi per delitti simili. Questo non solo è inaccettabile, non è degno della giustzia in questo paese ed è vergognoso.”.

Si tratta, e’ vero, dello stesso ministro che ha giustificato Guantanamo, la sorveglianza totale della NSA e avvallato le esecuzioni mirate “di terroristi” mediante droni – ma in questo ambito ha compiuto fondamentali passi nella direzione giusta. Le sue dimissioni sono una grave perdita per l’amministrazione di Barack Obama che proprio sul fronte della giustizia grazie a lui aveva espresso alcune delle posizioni più radicali del suo mandato.