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losangelista

HOBBIT: Terra di Mezzo in alta definizione

Peter Jackson dirige Gandalf

A un certo punto occorrera’ un altro termine per definirli, un altra parola per descrivere  gli oggetti scintillanti che passano sui nostri schermi emettendo lampi e boati e iseguimenti,  e servira’ abbastanza presto perche’ “film” sta rapidamente diventando inadeguata. Lo  capisci quando vedi The Hobbit la prima puntata della prequel kolossal in tre parti al Signore degli Anelli che piu’ che cinema sembra il demo per un concessionario di maxischermi ad alta definzione. Merito (colpa) dei 48 fotogrammi al secondo (anziche’ i tradionali 24 fps) la tecnica di ripresa adottata da Peter Jackson per la nuova trilogia tokieniana che conferisce quella nitidezza eccessiva  che magari migliora la visuale di una gara olimpica di tuffi sincronizzati  o una replica di Tosca. Applicata pero’ ad una narrazione filmica da al tutto una sensazione da documentario BBC che inevitabilemente ti porta fuori dall’illusione, spezza l’incanto del film. E’ vero che la tecnica agevola la nitidezza nelle sequenza di maggiore azione ma il prezzo e’ che queste finiscono per avere  un feeling da videogame. Non e’ semplice riflesso luddista ma piuttosto la constatazione di un esperimento formale che non funziona, non tanto una rivoluzione quanto un manipolazione strumentale delle convenzioni. E a questo si aggiunge un altro problema ovvero la necessita’ dettata dall’ufficio entrate dello studio di diluire la durata di ogni “franchise” come vengono chiamate a Hollywood alla lunghezza minima di una maxiserie. E’ la regola che  ci ha regalato ben tre puntate di Transformers e che prolunga spalmandoli in anni consecutivi gli interminabili “finali” di serie come Twilight o Harry Potter. Nel primo ciclo del Signore degli Anelli la trilogia aveva un senso dato che ricalcava i tre libri di Tolkien. In questo caso la fonte testuale e’ un unico libro e perdipiu’ il piu’ corto di quelli ambientati a Middle Earth cosicche’ la diluizione risulta assai artificiosa. Le peripatetiche avventure dell’Hobbit  Bilbo Baggins, e la compagnia dei nani al seguito di Gandalf non costitusicono materia sufficente per le oltre sette ore complessive programmate da Jackson e in assenza di trama il regista punta sulla commedia con risultati abbastanza maldestri, compresa una scena con tre giganteschi troll attorno  ad un fuoco che rasenta l’avanspettacolo. Insomma un oggetto ibrido nel senso meno buono del termine che esagera col prevedibile “sublime” (delle musiche bombastiche, dei maestosi paesaggi sorvolati dala cinepresa) e stavolta anche col ridicolo.

Luca Celada