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Ho visto il futuro dei giornali ed è non-profit

La crisi economica e la rivoluzione tecnologica stanno costringendo i giornali di tutto il mondo a ristrutturazioni selvagge, tagli al personale, ricerca ossessiva di nuove fonti di ricavi. Però non tutto il male vien per nuocere. Negli Stati uniti, ad esempio, c’è un’ondata di nuovi editori che si prepara a cambiare un settore che dal punto di vista industriale (redazione, stampa, distribuzione, resa) è fermo all’Ottocento. Com’è noto, il patron di Amazon, Jeff Bezos ha comprato lo storico Washington Post, mentre il fondatore di eBay, Pierre Omidyar ha arruolato il giornalista del Guardian Glenn Greenwald con un fondo – si dice – di 250 milioni di dollari per mettere in piedi da zero una nuova impresa giornalistica dedicata esclusivamente alle malefatte dei governi e che non prevede fin dall’inizio un ritorno economico immediato.

L’editoria tradizionale – che in America era generalmente affidata a famiglie di editori “puri” – è in fortissima sofferenza. Il New York Times, per esempio, ha venduto il Boston Globe per 70 milioni di dollari, quando 12 anni fa l’aveva acquistato per 1 miliardo. Gli esempi di disastri e fallimenti non mancano.

Tanto che, ormai, il giornalismo più innovativo si trova spesso in organizzazioni diverse da quelle storiche. Un rapporto pubblicato a fine settembre dalla Knight Foundation ha analizzato 18 testate giornalistiche non-profit (la più famose delle quali è ProPublica) per verificare non tanto la loro qualità editoriale quanto la sostenibilità economica dei modelli industriali che stanno sviluppando.

I risultati sono soprendenti. Primo, questo tipo di “giornali” in proporzione spendono molto di più di quelli for-profit per le proprie redazioni. Secondo, riescono a coinvolgere più stabilmente il proprio pubblico e, terzo, stanno sperimentando una sorta di syndication, di federazione di editori per ampliarlo ancora di più. L’unione fa la forza insomma. Soprattutto visto che per statuto queste organizzazioni giornalistiche non devono fare profitti.

In un certo senso, la modernità del manifesto, della nostra impostazione cooperativa e non-profit, della trasparenza nella proprietà e nella gestione, nella partecipazione totale dei lavoratori all’impresa comune, si prende la sua rivincita su giornali generalisti, in preda a scelte finanziarie spericolate (vedi Corriere della sera), tagli spietati alle redazioni (vedi Repubblica), trasformazione in supplementifici cartacei scollegati da un piano coerente (Sole 24 Ore).

Il giornalismo non-profit era visto se non come una bestemmia con un certo scetticismo nell’ambiente anglo-sassone. Il timore di un’informazione “orientata” era mal riposto. I giornali non-profit, proprio perché vivono di donazioni volontarie e non di scelte del “mercato”, sono costretti a un’enorme trasparenza sulle proprie strategie e le proprie finanze. Un aspetto che abbiamo sperimentato con successo anche al manifesto durante l’ultima campagna di crowdfunding per le nuove edizioni digitali (oltre 47mila euro raccolti in un mese, da parte di circa 1.500 donatori). Coinvolgere i lettori nei progetti, accompagnarli passo passo e mantenere le promesse è faticoso. Ma è la strada giusta, più di festival gastronomici o di idee che spesso si risolvono in una fiera delle vanità e in un malriposto star system giornalistico che ignora una realtà brutale fatta invece di tanto precariato e eccessi di marketing.

Quarant’anni dopo la sua nascita, anche se con tanti limiti, il modello-manifesto è un modello da esportare. E che cento fiori, di carta, fioriscano.