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Horror Vacuo

Hesher è stato qui

Variando registro e permettendosi una marginalità hollywoodiana dove l’interpretazione supera il divismo, Joseph Gordon-Levitt è forse il pianeta più misterioso della sua generazione. Una sorta di congiuntura o di fuga determinata da una sempre più florida industria indie in cui la fede nel cinema può finalmente rifondarsi. Hesher è stato qui!, distribuito da Bolero Film e già cult all’estero, mette in scena la sua qualità di profeta che non sa di esserlo e ricorda, per inadattabilità al solenne e contraddizioni umane, il Boudu Saved From Drowning di Jean Renoir. Nel film di debutto di Spencer Susser assistiamo a una riflessione molto intima e personale sul superamento della morte, materna popolana che pur di farsi accettare e rendersi adeguata al nostro tempo chiama a raccolta un ragazzetto metal di malavita e due improbabili depressi. Li unisce nella rabbia e nei dolori dodecafonici, li segue nella loro evoluzione o nell’agonia, dando per assodata una verità e basta: non c’è tabernacolo esauditore nelle esistenze di TJ, tredici anni (Devin Brochu) e di suo padre, Paul (Rainn Wilson). Perdere una madre o una moglie è un elemento collettivo incontrollabile che può esplodere e rimarginarsi soltanto attraverso una contrapposizione dialettica. Nessuna ricerca di Dio dentro di noi, la storia scritta in collaborazione con David Michôd (Animal Kingdom) passa ai margini di tutto questo (ne è un esempio la magnifica sequenza della bara di Piper Laurie espulsa dal luogo di culto e traghettata nel traffico urbano californiano, spinta da chi le ha voluto bene); spetta allora a qualcuno che travalichi i limiti rimettere in sesto la famiglia sfasciata. Ed ecco il Buon Samaritano ispirato a Cliff Burton, bassista dei Metallica scomparso nel 1986. Una testa si allunga dalla radice del collo e con un virtuosismo da graffito americano forma un dito medio che ci manda tutti affanculo. E’ uno dei tatuaggi che Hesher, questo il nome dell’antieroe metallaro, esibisce sul corpo teso a una poetica d’impudica svendita. I corpi, come le lamiere delle automobili, sono l’oggetto di riciclo su cui ruota l’intera pellicola, dalla sequenza iniziale dell’incidente e del tallonamento a quella dello sfasciacarrozze con il bambino appeso al veicolo frantumato della madre. La forza di Hesher sta nel raccontare la tragedia come una strada che non esclude mai la speranza, ma è una speranza fine a se stessa, destinata a lasciarci più soli di com’eravamo, alquanto facile e riduttiva, compatta, compressa, patetica come lo sputo di un bambino. Lo sa Joseph Gordon-Levitt, conteso al cinema da Spielberg, Nolan e Tarantino eppure sempre più ingovernabile, senza gabbie. Lo sa bene Natalie Portman, produttrice e qui interprete di una cassiera infelice, in attesa che qualcuno arrivi a salvarla. Non c’è niente da fare. Bisogna aspettare.