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Poltergeist

Happy Days – L’antidoto alla crisi

Nel febbraio del 1973 la società americana riceve gli ultimi colpi di un ventennio i cui sogni stavano andando in frantumi: le prime foto di prigionieri di guerra in Vietnam vengono pubblicate da molti giornali e la crisi petrolifera raggiunge il suo culmine: il dollaro perde il 10% del suo valore, i prezzi della benzina si  fanno proibitivi, due pompe di benzina su 10 vanno in fallimento e un cittadino su 10 perde il lavoro. Era passato meno di un anno dall’inizio del caso Watergate e a novembre il presidente Nixon pronunciò il famoso discorso a reti unificate in cui dichiarò di non essere un imbroglione. Il 9 Agosto 1974 la CBS interrompe la trasmissione di una puntata della famosissima serie All in the family (“Arcibaldo” in Italia), abrasiva critica allo stato delle cose in cui un padre padrone ignorante, razzista e fervente repubblicano dà voce alle paure dell’americano medio di fronte all’insipido e impotente figlio di sinistra, per dare spazio al discorso di Nixon che dichiarava pubblicamente le proprie dimissioni. La ABC aveva in programmazione Happy Days.

Cominciato nel gennaio del 1974, Happy Days è stata una sitcom pensata come poche altre per calmare e allo stesso tempo risollevare gli animi di una nazione ferita. Gli ultimi vent’anni di storia avevano portato lotte tra i sessi, tra le razze, tra popoli e nazioni, assassini di presidenti, senatori e di un attivista e reverendo amato da tutti: Martin Luther King: Happy Days vuole cancellare quei vent’anni dalla memoria collettiva e riportare l’America a una sognata età dell’innocenza immaginandola nella florida vita del dopoguerra. La sigla ripete la parola “felicità” dodici volte in un jingle di appena un minuto e canta i giorni felici degli anni ’50 coniugando tutti i tempi al presente.

“Questi giorni sono nostri, felici e liberi, questi giorni sono nostri, sembra tutto così giusto che non può essere sbagliato”.

Tutto sembrava giusto perché erano i tempi prima della rivoluzione sessuale e delle rivendicazioni razziali: Ricky e Joanie facevano i figli obbedienti, la signora Cunningham faceva la casalinga felice, i neri semplicemente non esistevano e le strade erano sicure. La storia si svolge a Milwaukee, la quieta città del Midwest che, nonostante porti ancora il nome nativo americano, è un centro di quasi esclusiva cultura “bianca”. Il telefilm ritraeva una società senza conflitti in cui persino la Harley Davidson, prodotta proprio a Milwaukee, passava da simbolo dell’easy rider Peter Fonda a quello del bravo ragazzo Arthur Fonzarelli, alias Fonzie. Henry Winkler, nel ruolo di Hells Angel che si diploma alla scuola serale e si dimostra cool perché non mena mai pugni, diventa presto tanto famoso da far promuovere il suo personaggio, originariamente secondario, a co-protagonista della storia e protagonista nella memoria dei telespettatori.

Il successo di questo telefilm deriva dalla passione e la devozione degli americani verso il sogno dell’età dell’oro. Tanto nel tempo quanto nello spazio, gli americani hanno costruito la storia della loro nazione cercando la felicità da qualche altra parte – sicuri innanzitutto della sua esistenza allo stato puro e in un certo senso primigenio e certi anche di poterla raggiungere. La costituzione americana è l’unica a citare la ricerca della felicità (e non il suo raggiungimento) come diritto inalienabile dell’uomo ed è per questo che il West resta un luogo dei sogni, ed è per questo che tornare al passato, sia esso il nostro personale passato, la giovinezza, o quello collettivo della storia, è un desiderio che ha tanta presa nell’immaginario americano. In un certo senso, Happy Days è un Ritorno al futuro della televisione e la nostalgia dei giorni perduti si può placare solo con la costante riaffermazione della possibilità concreta di tornare a quei giorni, i giorni “nostri, felici e liberi”.

Voto: B-