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losangelista

Hail Reagan


Viene celebrato oggi con prevedibile iperbole, il centenario della nascita di Ronald Reagan, quarantesimo presidente, padre dell adestra moderna, santo patrono dei neoconservatori. Professare fedelta’ al reagnismo e’ oggi praticamente un prerequisito di ogni politico conservatore e il pellegrinaggio di ogni candidato repubblicano al copsetto di Nancy Reagan due anni fa ha ben dato il senso compiuto della beatificazione dell’ex attore imitatore di cowboy in padre fondatore dell’ideologia che oggi produce il tea party e contigui estremismi populisti. Questo fine settimana ha visto il prevedibile consesso di suoi seguaci – da Cheney a Gingrich – nei luoghi sacri del reaganismo: la Reagan library sulle colline fuori Los Angeles e il suo ranch vicino Santa Barbara. Ben visibie in prima fila, Sarah Palin anche lei  venuta alla sorgente  dei superpoteri neocon, ad ammantarsi della dottrina originale diventata odierno mantra anti-obamiano: il dogma del governo minimo e del sanamento del bilancio tramite tagli alla spesa pubblica. Un vangelo che non tiene conto del pragmatismo economico dello stesso Reagan che dopo aver effettivamente abbassato  le tasse nel 1981 fini per imporne di nuove per $130 miliardi; quisquilie per un destra che sul mito del virtuoso minimo governo e quello della liberal elite di Washington sta costruendo  l’imminente campagna per riprendere la casa bianca. Cosi’ di Reagan, subito santo, non si ricorda il patto con l’intergralismo cristiano, assurto quasi a governo ombra della sua amministrazione, la politica di colpevolizzazione dei poveri, la perniciosa dottrina trickle down per giustificare il welfare a potenti e corporation. Assenti dalle agiografie del presidente acclamato dai suoi come trionfatore della guerra fredda, anche il nefasto intervento accanto alla destra omicida in CentroAmerica, le mine ai porti nicaraguensi, l’affaire iran-contra; i suoi supporter sono apparentemente soddisfatti dei tranci di muro di Berlino aerotrasportati nel giardino della sua Library californiana ed esposti come trofei della vittoria come spiegava lui stesso con la fine analisi politico che lo contraddistingueva, contro le forze del male. Dietro l’euforia reaganista c’e’ pero’ un incontestabile dato di fatto: l’assenza nei ranghi repubblicani di una figura che gli si avvicini per carisma populista