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losangelista

Guerra Segreta: la nuova norma

dirtywars

Corrispondente dall’Iraq e dai Balcani per Pacifica radio, collaboratore di Democracy Now, redattore di the Nation e autore di un libro sulla corporation mercenaria Blackwater, Jeremy Scahill e’ una delle voci piu’ importanti della new left e una delle firme di punta del giornalismo di inchiesta oggi in America. Il suo ultimo libro “Dirty Wars” e’ un a lucida analisi della militarizzazione della politica estera americana e della sua “secretazione” avvenuta nell’ultimo decennio. Scahill vede nell’attuale appalto delle operazioni miltari all’infrastruttura segreta del Joint Special Operations Command (JSOC) promulgata da David Petraeus e da John Brennan, nuovo capo della CIA di Obama, il proseguimento delle “sporche guerre” implementate dalla CIA nel ventesimo secolo e giunte all’apice negli anni di Reagan con le operazioni in Centro America, Africa e Medio Oriente, compreso l’armamento dei Mujihadeen coi noti risultati. L’ironia rilevata nel suo libro e’ che  a sancire defintivamente la nuova norma della guerra segreta e’ stata l’amministrazione che si era insediata promettendo trasparenza assoluta. Obama non solo non e’ stato in grado di chiudere Guantanamo ma ha gestito l’escalation dei droni e verra’ paradossalmente  ricordato come il presidente normalizzatore dell’”assassinio mirato” come legittima arma offensiva, con tanto di “kill list” regolarmente aggiornata in riunioni alla casa bianca.  L’applicazione “preventiva” di questa arma ha inizialmente mirato a specifici individui, cosiddetti obiettivi di “alto valore” e in seguito allargata a generiche “attivita’ sospette” di maschi in eta’ militare e ad oggi ha fatto 3000 vittime, in maggior parte “ignoti estremisti” con relativi danni collaterali, si intende – missioni di cui il pentagono non e tenuto ad informare il congresso. La gestione della guerra segreta ha comportato l’aggiramento sistematico dei canali democratici e la creazione di una infrastruttura senza precedenti con basi apposite dislocate in Somalia, Arabia Saudita e Djibouti per citare quelle consociute. Piu’ insidiosa forse  e piu’ profondamente distruttiva e’ stata la normalizzazione, nella mente dell’opinione pubblica, delle “black ops” come struttura parallela e legittima dello stato – un passo forse irreversibile con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

protesta anti drone in Yemen

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