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Governo ko, il decreto cambia ancora

Pronti, via. Appena iniziano le votazioni in commissione Bilancio il governo viene battuto. Approvati emendamenti di Pd e responsabili. Salve tredicesime e 25 aprile, niente tagli ai Fas regionali né ai mini enti di ricerca, più tutela alle regioni a statuto speciale. Tremonti prova a rassicurare l’Ue: i saldi sono certi, sull’evasione facciamo sul serio

Confusa, inefficace, iniqua. Caotica e pure falsa. Sulla manovra di agosto gli aggettivi si sprecano. Ma non è l’opposizione «criminale» a puntare il dito contro il governo italiano. E’ l’Europa, innanzitutto, e poi anche mercati, economisti e «padroni», che al meeting di Cernobbio si guardano tra loro sconsolati invocando compattamente (per la prima volta) un nuovo governo.

Il portavoce del commissario agli affari economici Olli Rehn, ha confessato i dubbi di Bruxelles sul peso eccessivo dato al futuro recupero dell’evasione fiscale per i saldi della manovra in discussione in senato. Il fatto è che dopo l’abolizione del contributo di solidarietà per i privati all’appello mancano almeno 3 miliardi, in gran parte recuperati proprio con le misure il fisco. Una copertura virtuale che non può servire a ridurre il debito come previsto dal governo.

Il Pd sollecita la Ragioneria dello stato a dire la verità, e cioè ad ammettere che quei soldi oggi non si possono quantificare. Il rischio che l’Italia faccia affondare l’euro paventato dal gotha della stampa finanziaria anglo-sassone (Economist e Ft in testa) si fa sempre più concreto.

Epicentro del sisma, inevitabilmente è il governo tedesco. Angela Merkel non si fida. Domani deve affrontare un voto difficile in Meclemburgo e il 7 è attesa la decisione della Corte costituzionale tedesca sulla legittimità del fondo salva-stati Esfs appena istituito.

Il suo portavoce commentando la manovra italiana gela i giornalisti: Berlino ha «piena fiducia» che il governo italiano «approverà le misure necessarie a rispettare il risparmio previsto per arrivare agli effetti attesi sul bilancio pubblico». Un modo indiretto per dire che non è garantito che queste misure siano già state approvate.

Tremonti è consapevole della posta in gioco. Non a caso telefona a Rehn assicurando che le coperture della manovra sono garantite da un «radicale cambiamento nella strategia di contrasto all’evasione fiscale»: «L’obiettivo di entrata non solo sarà centrato ma ampiamente superato», fa sapere in serata una nota ufficiale di via XX settembre. Il ministro insomma ci mette la faccia e brucia le navi. Anche se Berlusconi teme uno «stato di polizia tributaria» ormai indietro non si può più tornare.

Tremonti oggi sarà a Cernobbio, seconda tappa della missione impossibile di convincere i mercati. La platea di padroni, industriali e banchieri che come da tradizione affolla il workshop Ambrosetti è unanime: a parte il caos, al governo manca una strategia. La «grande politica» per dirla con l’ad di Intesa Corrado Passera.

Confindustria si dichiara apertamente «sconcertata» dalla stretta anti-evasione sulle società. Norme giudicate «frettolose, approssimative, incoerenti»: «Se si vuole essere credibili, perché non abbassare la soglia per l’uso del contante fino a 500 euro?». Nouriel Roubini, noto economista della New York University, invoca un «governo tecnico» che spazzi via quello attuale (su Twitter, giorni fa, aveva definito Berlusconi un «buffone»). E Mario Monti, primo papabile e alfiere della tecno-politica, certifica che si rischia di «rinfocolare» le diffidenze europee sull’Italia.

Nel frattempo, si parva licet, la commissione Bilancio del senato ha appena iniziato a discutere il decreto. I lavori procedono a passo di lumaca. E appena si vota la manovra cambia ancora. Fino alle 21.30 erano passati sei emendamenti, non secondari. Il più importante, firmato da Viespoli dei responsabili, “salva” le tredicesime dei dipendenti pubblici. Se gli uffici in cui lavorano non raggiungeranno gli obiettivi di risparmio saranno tagliati gli stipendi dei dirigenti (il 30% dell’indennità di risultato) e non la gratifica natalizia di tutti quanti. Il secondo cancella l’abolizione del 25 aprile e del 1 maggio: si festeggeranno come sempre. Gli altri emendamenti impongono alla pubblica amministrazione di certificare i crediti non saldati alle imprese, salvaguardano i Fas regionali (non saranno più tagliati per coprire le spese dei ministeri), salvano gli enti pubblici sotto i 70 dipendenti e tutelano le regioni a statuto speciale nei tagli alle autonomie.

Pronti, via e al primo giorno di votazioni il governo è battuto. Ogni modifica complica la vita a Tremonti. E’ prassi recente e più volte richiesta dal Quirinale, infatti, che anche in caso di fiducia su un maxiemendamento, il governo rispetti le decisioni prese in commissione. Il braccio di ferro e il caos sono solo agli inizi.

dal manifesto del 3 settembre 2011