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La rete nel cappio

Google, cambio al vertice. Via Eric Schmidt, arriva Larry Page

Con uno scarno comunicato, Google ha annunciato il cambio al vertice della società. Eric Schmidt abbandona il ruolo

di Chief Executive Officer (una specie di amministratore delegato) per diventare il presidente esecutivo della società. Al suo posto arriva Larry Page, fondatore di Google assieme a Sergej Brin. Quest’ultimo si occuperà dello sviluppo dei prodotti strategici. Cambiamenti che sottolineano come al Googleplex non tutto fili liscio come dovrebbe. Erano inoltre mesi che voci su forti tensioni interne a Google arrivavano nelle redazioni dei giornali e si rincorrevano nei nodi della Rete. Eppure, tutto sembra che vada bene per Google. Le quotazioni in borsa della società di Mountain View sono sempre alte; le sue quote di mercato nei motori di ricerca tendono a crescere, così come le entrate della pubblicità, cioè la fonte principale delle entrate e dei profitti. Infine, lo smartphone Android continua ad essere venduto bene, anche se al di sotto delle aspettative. Insomma, tutto sembrava andare bene a Mountain View. Eppure molti degli ingegneri «storici» della società hanno più volte manifestato inquietudine e un certo nervosismo. A creare tensione erano le notizie provenienti dal cyberspazio. Facebook continua a crescere vorticosamente e dopo che ha adottato lo stesso modello di business di Google (la pubblicità) i suoi profitti sono saliti vertiginosamente, mentre è diventando uno dei siti più cliccati della Rete. C’è poi l’ultimo arrivato, Twitter, che è sempre più amato dai giovani per essere connessi. Ma quello che ha cominciato davvero a preoccupare gli ingegneri di Google è il sostenuto e costante ritmo di innovazione tanto di Facebook che di Twitter. Infine, le due società «nemiche» hanno annunciato che vogliono sviluppare prodotti da sempre nel portafoglio di Google: posta elettronica, mappe digitali e software per la navigazione in Rete.

La società di Mountain View invece va al rallentatore. Chrome, il navigatore per Internet, è un discontinuo work in progress e gli elementi nuovi introdotti recentemente sono arrivati alcuni mesi dopo la data in cui erano stati annunciati. Le nuove applicazioni per Android sono poi centellinate con il contagocce; infine, il grande sogno di sviluppare software applicativi (elaborazioni testi, fogli elettronici, e sistema operativo) che dovevano far diventare Google una piattaforma autosufficiente per stare in Rete e usare il computer è ancora nel cassetto.

Insomma, Google sembra essere diventata una società troppo «burocratica» per reggere i ritmi veloci dell’innovazione tecnologica. E dunque serviva un cambio di passo. Da qui il cambio al vertice, che premia Larry Page, che negli ultimi mesi è stato il portavoce del malessere interno. Il piano di lavoro che ha presentato insediandosi ha il retrogusto delle origini. Riunioni settimanali per verificare l’andamento dei progetti, relazioni stringate (massimo sessanta parole) per illustrare possibili nuovi progetti, snellimento della gerarchia interna. In altri termini, è tutta la struttura organizzativa messa in piedi da Eric Schmidt che è messa in discussione, anche se Page e Brin non hanno mai nascosto la loro convinzione che Google è diventata la Big G che tutti conoscono grazie proprio alle capacità organizzative e di coordinamento del manager «messo in panchina».

Il cambio al vertice non è però un ritorno alle origini. In primo luogo perché il mondo della rete è profondamente cambiato negli ultimi dieci anni. E in questo grande mutamento un ruolo di primordi ne ce lo ha avuto proprio Google. Inutile nascondere anche il fatto che l’alone di empatia e di consenso attorno alla società di Mountain View si è diradato. Il famoso motto Don’t Be Evil è stato più volte tradito, a partire dalla collaborazione con il governo cinese per colpire i dissidenti on-line. Oppure le ripetute accusa di aver manipolato l’algoritmo del motore di ricerca per favorire i siti di alcuni inserzionisti pubblicitari. Infine, le ripetute accuse di pratiche monopolistiche che hanno colpito Google in Europa e negli Stati Uniti, come testimonia la recente denuncia di un’altra società in odore di monopolio, la Microsoft, contro la società di Mountain View depositata all’Unione europea.

E i rapporti con gli stati nazionali è un altro dei nervi scoperti di Google. La Cina ha infatti quasi messo alle porte la società di Page e Brin per favorire un motore di ricerca e una società di telefonia cellulare made in China. L’Unione europea ha più volte ammonito Google sulle sue pratiche imprenditoriali. Negli Stati Uniti molti stati hanno aperto procedure antimonopoliste contro Google. E forse per questo che uno dei compiti del «diplomatico» Eric Schimdt riguarda proprio il rapporto con gli stati, facendolo diventare di fatto il «ministro degli esteri» di Google, un ruolo strategico visto il logoramento dell’immagine della società di Mountain View.

La domanda a cui il tempo darà risposta è se Larry Page riuscirà a ridare smalto alla sua società. Il suo temperamento e caratteristiche, dicono i biografi, porta a dipingerlo come un «ingengnere», cioè molto attento all’innovazione dei prodotti. Allo stesso tempo, poco interessato alla traduzione commerciale delle sue vision. Ma c’è da scommettere che il successo del cambio di vertice non sarà deciso dalle caratteristiche personali di Page, Brin o Schmidt, bensì dalla capacità di Google di presentarsi nuovamente come una società innovativa e capace di muoversi con flessibilità in un «ambiente» non solo molto competitivo, ma segnato ormai da quello che viene chiamato il social software. In altri termini, Google deve avventurarsi su un terreno a essa abbastanza ignoto, quello di costituire il contesto per mettere in relazione uomini e donne. La posta in gioco, su Internet, è infatti la comunicazione e le pratiche di cooperazione sociale. Fattori guardati sempre con altezzosa indifferenza dagli «ingegneri» di Google e invece fortemente valorizzati, ad esempio, da Facebook e Twitter. Quello che dunque serve è un cambio di pelle, senza però rinunciare alla leadership nei motori di ricerca. E non è detto che Google riuscirà in questa impresa.