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Poltergeist

Gomorra: la foto di una cosa

Nella televisione italiana è spesso difficile distinguere lo sceneggiato dalla serie televisiva in senso moderno, forse perché abbiamo una lunga e ricca storia di produzione di sceneggiati o forse perché non ci siamo mai liberati dell’influenza delle telenovelas, le sorelle facili e allegre degli sceneggiati. C’è voluta l’influenza di un grande film, un’opera che ha anche risvegliato l’orgoglio cinematografico della nostra nazione, per creare un vero e proprio telefilm, una serie così come viene concepita nel panorama contemporaneo. Uno sceneggiato è un’opera con un solo obiettivo e un unico, totalizzante tema che trasformano la capillarità di una storia in un’autostrada di contenuto. Un telefilm, o una serie, invece, è un’opera composta da frammenti a se stanti e che si uniscono in un unicum più in virtù dei personaggi e delle loro storie che della Storia complessiva. Questo andamento, che è stato più volte assimilato a quello di un romanzo d’appendice in opposizione a quello del romanzo tout court, fa dei singoli episodi delle piccole opere indipendenti con tutti i pregi e i difetti che una tale struttura porta con sé.

dal Film Gomorra

dal Film Gomorra

dal telefilm Gomorra

dal telefilm Gomorra

dal Film I am legend

dal Film I am legend

Sebbene abbia molte delle caratteristiche di uno sceneggiato, questo nuovo telefilm deve essere considerato come una prima opera in Italia di un genere sconosciuto. Il telefilm si chiama Gomorra, omonimo del film che lo ha ispirato, sebbene in modi molto più labili di quanto gli autori vorrebbero far credere. L’azione non si concentra nelle cosiddette vele di Secondigliano, sebbene siano uno degli scenari, e l’impatto delle azioni criminali sulla popolazione e la società tutta è ridotto al minimo, a volte praticamente invisibile. Come mezzo quasi esclusivo di risonanza delle attività del clan Savastano, gli autori hanno scelto di rappresentarli attraverso la televisione, in brevi scene quasi ignorate dagli astanti che fanno da sottofondo alle grottesche cene del boss e della sua famiglia nucleare. L’ottimo lavoro dello scenografo è purtroppo svilito dalla regia che, per esempio nelle scene delle cene di famiglia, è più preoccupato di mostrare l’opulenza pacchiana dell’arredamento insieme alla vastità di una tavola da dodici utilizzata da sole tre persone per valorizzare le singole scelte, come la volgare copia di un Boucher nel dipinto di una donna nuda sdraiata prona con indosso dei tacchi a spillo. Dalla progressione delle tre immagini qui riprodotte, è chiara la discendenza del tutto esteriore del telefilm dal film: la scenografia è la stessa, siamo nei sottopiani delle vele, ma il modo di rappresentarle è diverso, seppure appaia simile. Nel caso di Garrone, il protagonista è il paesaggio e la presenza di carte e detriti è connotativa, una sorta di sineddoche del quartiere e di chi lo abita. Nel caso di Sollima, invece, la presenza del protagonista è forte e importante: sta a gambe larghe, solido, dritto in mezzo a uno sfacelo in cui l’acquitrino serve a riflettere  parti della struttura in cemento, ed è dunque una presenza estetica, decorativa e non connotativa. Somiglia questa rappresentazione, infatti, più a quelle di film americani sul dopobomba, come I am Legend, come si vede nella locandina che mostra il protagonista come presenza forte contro il paesaggio in degrado. In altre parole, Sollima e Lawrence, come tanti altri registi, si concentrano sull’eroe umano come protagonista, mentre Gomorra, quello di Garrone, si concentra sull’ambiente come protagonista. Questa diversa scelta determina una fondamentale differenza nell’andamento della narrazione che, invece di seguire le singole avventure dei personaggi, ne segue le peripezie all’interno di una vicenda e di un ambiente che determina ogni loro mossa. E’ infatti rivelatoria l’inquadratura gemella nel film e nel telefilm che rappresenta un totale delle vele. In quella di Garrone (più in basso in piccolo) è l’ambiente a farla da padrone, in quella di Sollima (qui sotto in grande) sono gli esseri umani a esserne protagonisti.

gomorra

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La fotografia stessa è eccessiva in Sollima, mentre in Garrone è drammatica, espressiva. Ricordiamo tutti la scena iniziale nel salone per abbronzarsi, immersa in un innaturale e volgare blu elettrico, che forse segnalava già che quei corpi non erano già più umani, ma cadaveri. Nelle scene di Sollima invece vige un contrasto manicheo tra i colori chiari e caldi e quelli scuri e freddi, in particolare Carnera, il direttore della fotografia, gioca sui rossi/arancio e i blu, colori complementari che non significano altro però che quello che sono: questi accostamenti, cioè, così come la costruzione delle immagini, non hanno funzione narrativa né artistica all’interno del tessuto della storia ma servono solo da cartoline a se stanti.

Una forte immagine, per esempio, dalla serie Gomorra vede il capo, Pietro Savastano, investito da entrambe le cromie: vedi immagine in evidenza.

e altrove, un’immagine di marito e moglie che paga tributo alla scenografia ma non lascia alcuna traccia di un’impronta registica.

In sostanza, l’operazione di Sollima è quella di usare tinte forti per una storia forte, di usare tanto rosso per tanto sangue, tanto oro per tanta ricchezza, di costruire, insomma, un’eco e non un commento alla storia che sta raccontando.

Pietro Savastano e Imma Savastano Fortunato Cerlino e Maria Pia Calzone-700